Quando vedi la luce rossa sei in onda

filastrocca

Salta la corda, batti le mani,
Senza pensieri su ieri e domani.
Prendi i tuoi sogni e buttali via,
Non lasciar spazio alla malinconia.

Per tutto il tempo sprecato a cercare
Tra pugni stretti, lacrime amare.
Per i tuoi amori lasciati a marcire
Ed ogni luce che puoi immaginare.

In questo gioco di specchi deformi
Cerca il confine da cui non ritorni.
Per il dolore che senti in petto,
Per la cicala, per il rospetto.

Batti le mani e metti il coperchio,
Fai un grande salto fuori dal cerchio.

in luce

Sono giorni di allineamento. Corpo e anima, per lungo tempo ispirati da parabole divergenti, ritrovano l’armonia dimenticata. Di nuovo uniti da una misteriosa dipendenza, tornano a specchiarsi l’uno nell’altra. Questa sera, guardando le mie braccia, i miei polsi, posso osservare ciò che accade dentro di me. Vedere i miei conflitti, così a lungo inseguiti, finalmente trascritti in ogni piaga, nelle sottili spaccature della pelle. Esposti. E’ un percorso doloroso e commovente, a cui mi abbandono senza riserve.="movie" value="http://www.youtube.com/v/3l5BF80Qi0o&hl=en&fs=1">

 

 
 

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Di ogni bene comprendo la causa,
di ogni male l'effetto.

 

la via della felicità

 
 
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Per anni ho pensato che il matrimonio dei miei genitori fosse destinato al divorzio. Da ragazzina ne ero assolutamente certa. Verso gli undici, dodici anni avevo sviluppato una sorta di fissazione riguardo a questo, una proiezione attualizzata che mi faceva vivere in uno stato di abbandono emotivo. Quasi ogni notte versavo calde lacrime sul mio futuro incombente e, scorrendo mentalmente la lista dei parenti, cercavo di immaginare chi si sarebbe preso carico della povera derelitta che sarei diventata. Perché un giorno mio padre avrebbe detto: "lascio questa casa a partire da oggi" e mia madre sarebbe andata a fondo. E io sarei stata messa da parte. Ai miei occhi era come se stesse già accadendo.

Nell’attesa che la mia famiglia andasse allo sfascio, dedicavo molto tempo alla pura osservazione. Me ne stavo rannicchiata per ore dietro a porte strategicamente socchiuse, per lo più a spiare il nulla. Passeggiavo in giro per casa con l’aria più distratta del mondo e l’orecchio teso, pronta a carpire informazioni che potessero confermare le mie peggiori paure. Facendo in modo che il mio sguardo indagatore non desse nell’occhio, li guardavo. Li guardavo e non smettevo di stupirmi per quanto poco queste due persone si cercassero con lo sguardo, con le parole. Il vederli così palesemente autonomi, così incapaci di un gesto di tenerezza o che ne so, di una minima attenzione, mi gettava nello sconforto. A volte immaginavo di picchiarli. In un mondo dominato dalla praticità delle cose, sembrava che io fossi l’unica ad aver bisogno di rassicurazione.

Questa situazione andò avanti per parecchio, un tempo intollerabilmente lungo nella mia testa. Finché alla fine, stanca di domande che restavano a marcirmi in petto, di baci della buonanotte che puntualmente cadevano nel nulla e della mia incapacità di spingermi oltre, scoprii in me stessa il desiderio di cambiare. Me ne sarei andata, ecco cosa. Avrei lasciato i miei genitori al loro scontato destino - che se la sbrigassero tra loro - e sarei sparita. Quale migliore vendetta, che inaspettato colpo di teatro. Fu in quegli anni che imparai a sognare ad occhi aperti.

 

Non esiste altra legge che il movimento, scrive la Nothomb. E io so che è così. La mia adolescenza, trascorsa in una casa in cui ho abitato solo fisicamente, è stata un lungo percorso di migrazione. Fu una scelta consapevole. Far saltare la realtà a colpi di piccone, usando la fantasia come cemento. Essere sempre altrove. Iniziai a lavorare sulla mia capacità di concentrazione, per non lasciarmi coinvolgere da quanto mi accadeva intorno. Imparai a sdoppiarmi – via le incertezze, dentro il sogno. Mi ci buttai a capofitto.

Nelle pause di studio, per lungo tempo presi l’abitudine di assumere l’identità della principessa inglese capace di grandi slanci. Mi piaceva immaginarmi in quelle raffinate vesti, passeggiare nella brughiera con i cani, godere della vista dei corridoi con il pavimento in pietra. Era una fantasia molto rilassante. La sera magari diventavo una cantante rock con lievi problemi di droga e suonavo due o tre pezzi sul palco, prima di addormentarmi. Poi per settimane restavo nei panni della campionessa di pallavolo che alla fine vinceva le olimpiadi. Era bello, talmente bello da diventare un processo automatico.

Intanto crescevo, senza restare un solo giorno nella mia pelle. E al ritmo delle mie cellule mutavano i sogni, i desideri. Un giro del mondo in barca. Restare per ore tra le sue gambe, invadere il suo cuore. Avere un figlio e passare la vita ad annusarlo. La felicità ha davvero infinite forme.

 

Qualche sera fa ho visto un cane morto, vicino alla finestra del soggiorno. Sul pavimento, con la coda piegata a elle. Non c’era e l’ho visto, ne ho sentito l’odore. Così sono scesa in strada, ho corso a piedi nudi per un pezzetto, fino al viale principale. Mi sembrava la cosa più sensata da fare. Si è radunata della gente che ha chiamato altra gente. Ho bevuto un bicchiere d’acqua in un bar, poi è arrivato mio padre a portarmi via. Mi sarebbe piaciuto scappare da quei momenti inaspettati – davvero inaspettati - proiettando la mente verso una direzione di fuga. Avrei potuto proteggermi in qualche modo, ancora oggi. Ma non so. Credo di aver pensato che una realtà così deludente, tanto lontana dai miei sogni da non sembrare vera, meritasse di essere guardata dritta negli occhi.

 

come in un ciclo di evaporazione

Succede ogni notte. Vedo minuscole goccioline staccarsi dal soffitto e, una ad una, iniziare a cadermi addosso. Sulla fronte, sulle braccia, a bagnare le coperte. Ogni goccia è un frammento di paura, ogni scroscio un pensiero cattivo, evaporato durante il giorno, che ritrova la strada. E’ la mia pioggia, mi dico, ne sono origine e destinazione. Ma il solo saperlo non cambia molto. Ad occhi chiusi, i pugni stretti contro i fianchi, finisco sempre per precipitare.


Ora che mi trovo a qualche metro di distanza, le mie notti sono tranquille. Il più delle volte lo sono. L’esercizio quotidiano – frazionare le ore in minuti, in respiri - si è fatto più articolato e anche il mio sguardo ha acquisito una profondità nuova. Era tempo che succedesse. In questo ciclo di evaporazione e pioggia, sto acquisendo una misura più raffinata. Con tutta la delicatezza che occorre, inizio a cogliere la sottile differenza che passa tra goccia e goccia, tra la goccia del giorno prima e quella del giorno dopo. Usando la punta della lingua, la memoria breve, ogni pezzetto di me che sembri possedere capacità di discernimento. E questo mi fa dormire più serena. Purificare la pioggia non è semplice. Capirla, non è semplice. Ma davvero, incrociando ogni possibile dito, a me sembra che vada meglio.

 

senso e non senso

Adoro scrivere così
lasciandomi trasportare
lungo sentieri di assonanze
dal suono delle parole
dal loro incastrarsi una accanto all’altra
una dentro l’altra
oltre il significato
e giocare a rileggere ad alta voce
roteando le erre nell’aria
lanciandole verso il soffitto come coriandoli.

Se morissi adesso
vorrei rinascere nuvola o stellina
per guardare ogni cosa senza accusarne il peso
e ripetere il mio nome all’infinito
alle aquile di passaggio
agli aerei d’alta quota 
stellina stellina stellina stellina
nuvola nuvola nuvola
senza mai stancarmi
senza mai smettere di ridere.

παράφρων

[…] della relazione che sento esistere tra colore, forma e sequenza numerica. Credo che ogni alterazione dello stato psichico possa essere ricondotta ad una relazione dissonante tra questi elementi. Per l’esperienza che tuttora vivo, per ciò che mi sembra di aver compreso, negli stati depressivi il pensiero si fa convesso, i margini frastagliati e profondamente bordati di viola, come in una foglia morta. Quel viola che non riconosce altro da sé, che è regime assoluto, dove ogni variazione colorimetrica è mancante. Quando si è immersi in A, non esiste altro che A; il semplice razionalizzare che nell’universo esista una natura differente da A è un esercizio impossibile. Il risultato è una completa decontestualizzazione. Questo stato di cecità periferica, invadente allo stato puro, ha una sequenza individuale – 1 / 1 / 1 / 1 – e ogni migrazione da un’unità all’altra non è un processo reattivo, ma una graduale e indipendente esperienza di morte. Abbandonare un luogo degradato e rimuoverlo, come se non fosse mai esistito, nel momento stesso in cui si precipita in quello successivo. E’ una frequenza di viola limitata nello spessore ma di grande ampiezza, – come uno scialle di lana non trattata – al cui solo contatto il ciclo vitale di "alimentazione. riposo. socialità. introspezione" si ritrae inorridito fino a stravolgersi. [Nello schema tesi / antitesi / sintesi, è il secondo elemento a deteriorarsi. Un universo solipsistico incapace di procedere, di vedere oltre. Se dovessi disegnarlo, sarebbe il bambino zoppo del pifferaio magico. O un infinito aborto.]

In forme più accentuate di disordine mentale, gli stessi elementi si combinano diversamente. Ho visto con i miei occhi unità di pensiero diventare sempre più piccole, cimici rotondeggianti virate in arancione, in verde chiaro. Devianze monocellulari in serie di tre e cinque e sette. Le ho viste giocare con le menti più inermi, le ho viste scontrarsi e rimbalzare lontano e tornare a fondersi in forma nuova, da uno stato ossessivo all’altro, in un unico irrefrenabile assedio. [Questo eterno andirivieni da tesi ad antitesi, senza la speranza che arrivi un elemento unificatore a dare un senso, questo orrore da confine saltato. Ho conosciuto più di una persona afflitta da un simile stato maniacale, e ciò che mi è rimasto dentro non ha nome.] E poi le grandi placche della schizofrenia, simili a lastre di ghiaccio spaccate a mani nude, dai bordi affilati, taglienti. Un luogo di triangolare emorragia, dove il viola, tuttora imperante, è imputridito dal grigio dell’isolamento. Dove il suono di una risata copre appena lo stridìo dello scuoiamento in atto. [Quando è la tesi – la coscienza di se stessi – a sfaldarsi, non c’è più nulla che possa trovare una giusta collocazione. Nessun affetto, nessun volto a richiamare indietro.]

A volte mi chiedo quale sia il punto culminante di questa degenerazione. Se esista un terreno solido, alla fine di tutto, in grado di arrestare la caduta della ragione. Così mi metto a fantasticare, immaginando non di estirpare il viola che riconosco dentro di me, ma di caricarlo all’ennesima potenza, fino a renderlo nero. Piatto, senza sfumature. Immagino di annullare ogni spigolo, di dare continuità alle forme – un tremore, accelerato mille volte, darebbe l’illusione dell’immobilità. Senza più antitesi, senza più sintesi a destabilizzarmi. Solo un volo solitario, un’infinita incoscienza giunta ad anello. Mi piacerebbe, ne sono certa.

 

 

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E' qualcosa che incendia e si ritrae. Un colore stratificato, un odore che ha forma. La mia mente ne è invasa. E poi sparisce e poi torna ancora, a spalmarsi sulle pareti, tutto intorno. Da non vedere altro, da non poter pensare ad altro. Qualcosa che incendia e trascina, in un luogo dove ogni connessione è negata. Schegge sul pavimento, aria che gorgoglia nei polmoni. E luce, e buio. E luce.

 

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[...] "Domenica ho preparato lasagne per quindici. Abbiamo brindato e ci siamo commossi davanti a tanta bellezza. Mio fratello, che spesso è così triste da farmi male, ha ripetuto tante volte "stiamo tutti bene, guarda che bello, stiamo tutti bene" e mi si strizzava il cuore ad essere testimone di una così semplice verità. I miei figli che crescono, il mio amore tenero e fragile che comincio a percepire nella grandezza della sua anima delicata, mio nonno solo a Roma che si è voluto unire alla festa, i miei amici assonnati, sereni e sazi. Fuori un pò di pioggia che ci ha aiutato a ricordare che qui sotto, al caldo, siamo tutti salvi."

Non riesco più a pensarti come un'entità autonoma, sai Nellina. Ti vedo mentre scrivi questo post, al caldo, ben coperta. E poi, mentre lo rileggi ad alta voce alla bambina che ti riposa in grembo. Come una ninna nanna in rosa e arancio. Stai dando una bella forma alla piccola Zoe (se sarà Zoe). Amore, coraggio, senso di comunità - ogni parola ad impregnare i suoi morbidi geni. Sarà bellissima.. Bacio.


m e t

Quindici minuti di corsa regolare e tre di accelerazione, in più ripetute. Questo è il programma. Adesso sono nuovamente in piena velocità, sto spingendo davvero forte. Sento i muscoli delle cosce contrarsi, il corpo che chiede di rallentare il ritmo. Penso che per oggi possa bastare. Così modifico gradualmente la falcata, regolandomi su un’andatura più distesa, la respirazione in giusto sincrono. Inizio  a rilassare lentamente le spalle, tendendo il piatto degli addominali per riallineare la schiena. E non mi rendo neanche conto che il mio sguardo ha cominciato a deviare verso l’esterno, finché i miei occhi non la registrano. C’è una donna sul lato del vialetto alberato.

Non so dire esattamente cosa mi abbia colpito – bastano pochi secondi per non esserne più consapevole. Ma in un attimo mi trovo ad avanzare per inerzia, le gambe pesanti, tutta la concentrazione ormai dissolta. Non riesco a capire. So solo che c’è qualcosa di realmente disturbante in questo fermo immagine che insiste sulla mia retina. Un senso di disagio che non mi abbandona, che mi spinge a tornare indietro. Così descrivo un’ampia curva, le suole che fanno presa sul brecciolino, fino a ritrovarla alla mia sinistra, trenta metri più avanti.

La donna è in piedi accanto ad una staccionata di legno, sta parlando al telefonino. Il viso largo leggermente in ombra, un cappotto scuro e sformato. Io – non riesco a staccarle gli occhi di dosso - resto ferma ad guardarla. Con il sudore che mi entra negli occhi, le tempie che pulsano sotto la spinta di un ricordo che non si lascia agganciare. E poi succede. Proprio quando sto per rinunciare, un passo in avanti la porta nella mia direzione, in piena luce. Vedo distintamente i suoi capelli tirati in un corto chignon, la fronte lucida. Quel movimento della testa, così tipico in lei. E ogni cosa riprende il suo posto.

 

Quaderno verde, infinite settimane fa.

[...] "Ma che cazzo leggi tutto il giorno?" C'è un'infermiera che ci osserva da lontano, pronta ad intervenire se la cosa dovesse degenerare, ma per il momento sembra che vada bene. C’è solo questa tipa che mi urla contro, novanta chili di aggressività concentrati su di me e, più direttamente, sul libro che tengo sulle ginocchia. Meglio che non ci provi neanche a toccarlo. Però qualcosa devo fare, perché fissare in silenzio i punti saltati della sua vestaglia non sta portando a nulla. E mi sto innervosendo, anche. Così giro il libro dalla sua parte e indico con la matita un paio di titoli in grassetto, sperando che l’argomento le faccia perdere interesse e insomma, che si levi di torno. Invece eccola accosciarsi accanto a me, in una posizione impossibile da mantenere per una donna del suo peso, e tirare fuori gli occhiali. Dalla tasca laterale, cristo santo. E il fatto che si sia messa a leggere – almeno, mi pare che stia leggendo - non sembra aver attenuato la sua tensione. "Che è sta roba, piccola smart.." Filosofia, dico. Nel momento in cui [...]

 

indistinguibile

Sono sveglia da alcuni minuti. Posso sentire i pensieri prendere forma, al ritmo lento dei colori che filtrano attraverso le palpebre chiuse. I suoni che giungono di taglio dalla finestra aperta, attutiti dalla distanza, mi parlano in una lingua sconosciuta. Non ancora, non così in fretta. Restare ferma, a galleggiare su un degradante fronte di impenetrabilità, prendendo lentamente coscienza di ciò che mi circonda. Con tutta la gradualità che occorre, in un bozzolo di conforto che lentamente si dischiude. Questo mi piace. Ed è possibile, sai, aprire gli occhi e lasciare che la mia mente continui a giocare. Indipendente da me stessa, in un vago susseguirsi di immagini, ricordi, voci, realtà e fantasia insieme. E vuoti. Frammentati e ricuciti insieme, senza giunture visibili. Slow motion, avanti veloce, indietro piano, in pausa, rivedi tutto. Questa dimensione liquida – onirica - che accompagna ogni secondo delle mie giornate, è qualcosa a cui devo abituarmi. E’ una misura sconosciuta. Non cattiva di per sé, anzi quasi rassicurante. Portata avanti su un chimico palmo di mano, devo solo respirare. Scegliere se muovermi o non muovermi. L’unico contributo richiesto alla mia volontà.

 

piccoli segni

Riflettendo sul tempo appena trascorso, Francesca scopre di aver sognato con un’intensità da spaccare i polsi. Siede in mutande sul pavimento in legno e, guardandosi intorno, scorge frammenti di quel sogno sparsi in giro per l’appartamento. Potresti raccoglierli, è il suo primo pensiero. Conservarli nel cassetto al piano di sopra. Ma solo a guardarne uno da vicino, quasi a contatto di naso, prova un senso di vertigine. Roba viva, dice ad alta voce.

pagina dodici del quaderno blu

Oggi il cielo è particolarmente terso, i suoni sembrano galleggiare nell’aria. All’infinito. Auto che passano in lontananza, un impossibile vociare di bambini. Non è un momento sgradevole, ho solo un po’ di freddo. Tra poco rientro. Nella tasca posteriore ho un bigliettino ripiegato, posso sentirlo attraverso il tessuto dei pantaloni. Sopra c’è scritta una sola parola, come sempre. E’ importante, sai, per me. Un principio a cui attenermi, un’inclinazione da tenere a mente, la prima azione della giornata. Scrivere il mio proposito e portarlo addosso per tutto il giorno, quasi a contatto con la pelle, è qualcosa che mi dà fiducia, un senso di tangibilità. Ma stavolta non so, non mi sento all’altezza. E’ troppo difficile, credo. Devo fare un passo indietro. Passeggiare, lavarmi. Tornare a propormi cose più semplici. Rimango ancora qualche minuto a guardare fuori, giocando con l’accendino. Mentre i miei pensieri svaniscono al ritmo della fiamma.

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 Metà dicembre, punto di regressione.

oggi

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pagina tre del quaderno blu

The barber shop.

[...]

La mattina dopo mi fanno parlare con una persona che non so inquadrare. Indossa un camice che sembra fatto su misura e anche le calzature sono del tipo giusto, ma per quello che ne so potrebbe essere il barbiere dell’ospedale. Solo che io sono troppo agitata per dedicare del tempo alle presentazioni, non riesco a sentire nulla di diverso da questo continuo bisogno di piangere. Non posso scrivere, cazzo, è un incubo che si realizza. Il barbiere assume un’aria di circostanza, dice qualcosa di appena percettibile sulla potenziale pericolosità della mia penna - lo sapevo che si trattava di questo, ne ero certa - con il tono di chi sta svolgendo il più ingrato dei compiti. E qui sbaglio tutto. Anziché circoscrivere la discussione, sai, smorzando i toni – in fondo dovrei solo spiegare che non ho affrontato un giorno di viaggio per finire qui a danneggiarmi la giugulare, tantomeno con una biro da un euro e cinquanta – mi lascio prendere la mano, allargo stupidamente il discorso. Dimenticando ogni regola, ogni prudenza. E visto che adoro gli esempi, non trovo nulla di meglio che svuotare sul letto il contenuto del mio zaino, ancora da disfare, per identificare con voce alterata ben cinque oggetti che, a guardare bene, potrebbero essere definiti pericolosi. Per inciso, uno di questi oggetti è un fermaglio a forma di elefante. L’esito della mia sparata è di una logicità matematica. In attesa di prendere una decisione definitiva, mi requisiscono tutto.

[…]

Questo casino spaventoso si è risolto per il meglio, alla fine. Già il fatto che ne possa scrivere testimonia del buon esito dello scontro. Di colpo i toni si sono ammorbiditi – ma su Francesca, sono le normali procedure. Lei è già stata qui, no? Dovrebbe sapere che gli oggetti personali dei pazienti vengono controllati minuziosamente in entrata. Ah sì? Certo. E ovviamente, riecco la sua penna, nessun problema. E il fermaglio? Quale fermaglio…

[…]

Chiaro, una parte di me sa benissimo che dovrei fermarmi a riflettere sul significato di questo evento. Per un attimo mi tornano in mente frammenti di discorsi fatti a Milano, sento la mia voce parlare di autolesionismo – stupida che sono - del colore viola. Cosa avevo in testa? Ora, in un contesto così diverso, capisco che dovrò pagare un prezzo per ogni parola detta. Ma per il momento preferisco spingere ai margini questa linea di pensiero, chiudendo ermeticamente ogni accesso all'inquietudine. Mi sento felice, perché negarlo? Di quella felicità da pericolo scampato, da "domani me ne faccio comprare cinquanta, di penne". E adesso è bello starmene qui, in un angolo, a dare forma alle emozioni, estranea a qualunque stimolo esterno. E’ semplicemente bello. Voglio scrivere, tutto il resto può attendere. Volti, percorsi, realtà. Sonno. Finché qualcuno non mi interrompe a forza, io vado avanti.

 

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da un'enorme distanza..

 

due persone

Data: Sat, 22 Dec 2007 16:23:01 +0100 [22.12.07 16:23 CET]

   Da: francytown

     A: janmaris

Oggetto: letargo post traumatico

jan..

la persona che mi ha letto ogni tua mail, giorno dopo giorno, è mia sorella. per molti anni ci siamo dimenticate l'una dell'altra, così diverse nel carattere, nelle aspirazioni. nei sogni. io ho sempre pensato a lei con un senso di implacabile divergenza, come se l'età adulta ci avesse reso consapevoli della nostra estraneità di fondo. ma non so.. le radici sono dentro di noi, seguono percorsi davvero misteriosi, a volte. così oggi la ritrovo accanto a me. senza bisogno di giustificazioni reciproche, senza parole. semplicemente vicina.

chiederle di aggiornarmi sulla casella di posta - e non solo - è stata una buona idea. ho sentito che le ha fatto piacere. e credimi, i tuoi pensieri mi sono stati riportati nel modo migliore, con misura e rispetto. l'unico commento che si è lasciata sfuggire in queste settimane non ha riguardato te, amico mio, ma il blog. la luce rossa è un posto morto, così mi ha detto. ed è la stessa sensazione che ho avuto io, ritrovandolo. come se una invisibile coltre si fosse adagiata sulle mie pagine, una settimana dopo l'altra. polvere. un senso di tempo trascorso, infinitamente lungo.

ti scriverò presto, jan. torno a riposare.

un bacio. fra

 

Con gratitudine.

un infinito cerchio

 

L'appartamento è in penombra, tratteggiato sommariamente in linee di disordine e aria viziata. Fogli sparsi sulla scrivania, il posacenere stracolmo. I miei jeans accanto ai suoi, in un angolo. Io resto discosta, non vorrei averla qui, non mi sento a mio agio. Mi limito ad osservarla con le spalle appoggiate alla porta finestra, unico punto di apertura verso l’esterno. Lor beve un bicchiere d’acqua, poi accende una sigaretta - la fiamma dell’accendino che illumina debolmente il suo viso, per un attimo. Da quanto tempo stai così, mi chiede. Così. Qualche giorno, vorrei dirle. Da sempre. Lei solleva la testa, come se volesse sorridere al mio soffitto. I suoi gesti morbidi, familiari in qualche modo, hanno il potere di tranquillizzarmi.

Quanti anni sono passati? Almeno nove, perché c’era ancora Chicca. Io ero fresca di laurea, Lor già avanti con il suo dottorato in fisica. Un’altra vita. Eppure lei sembra ricordare tutto. Volti, sorrisi. Parole. Non sei più un sistema isolato, eh Fra? Mi costa un enorme sforzo ricollegare quelle immagini a me stessa. 

Quando resto da sola sono le tre passate. La casa sembra così silenziosa, adesso. Decido di bere una birra analcolica, prima di andare a letto. Sotto i miei graffiti, sul muro, c’è una nuova scritta fatta a penna, proprio in basso. Avrei voluto leggerla subito, ma con lei è impossibile averla vinta. Dopo, dopo. Accendo la lampada sul tavolo e mi avvicino a guardare. “Nulla è più denso del vuoto”. Questo. Mi siedo sul divano e ancora torno ad osservare i due trattini disegnati sotto la scritta, così nettamente incisi sul bianco della parete. Ripenso ai discorsi di Lor. Alle nostre parole nel buio, fedelmente trascritte. Così le mando un sms, nel cuore della notte. “Elettrone e positrone, giusto?”. La sua risposta arriva immediatamente, a darmi la buonanotte. 

 

the crying game

 

Giro la testa di lato e la lama si riempie del mio riflesso. La curva della mascella. Il collo, curvando il polso. Butto fuori il fumo dal naso, giocando con le mie linee. Deformandole, nella brillantezza dell’acciaio. Per un po’ misuro il tempo con Lauren Hill – track four, track five – finchè anche la musica si spegne. E allora rimango a navigare nel silenzio più completo, gli occhi negli occhi, stordita di sonno e indeterminatezza. Vorrei un aggancio. Qualcosa, non so bene. Poi abbasso la mano per tagliarmi. Lievemente, come una carezza. Non accade nient’altro, per lunghi minuti.

 

 

corsi e ricorsi

“ ... Prigogine ha rivoluzionato, a partire dagli anni '50, questo quadro teorico, indagando a fondo gli aspetti macroscopici e microscopici del secondo principio per poter estendere la sua validità anche al caso di processi chimico-fisici lontani dall'equilibrio termodinamico. Di particolare importanza è il concetto da lui elaborato di struttura dissipativa, che scambia energia con l'ambiente esterno e, pur producendo entropia (cioè disordine secondo l'interpretazione classica), è capace di autostrutturarsi acquisendo una qualche forma di organizzazione interna. A dare un notevole impulso alla teoria delle strutture dissipative, dimostrandone la rilevanza anche pratica, è stata la scoperta delle cosiddette reazioni oscillanti in chimica e in biochimica. In particolare, il nuovo concetto introdotto da Prigogine aiuta a comprendere molti fatti inerenti la biologia e, più specificamente, gli organismi viventi in quanto sistemi termodinamici aperti. Le strutture dissipative, infatti, manifestano un duplice comportamento: in condizioni prossime all'equilibrio l'ordine tende ad essere distrutto, mentre lontano dall'equilibrio si genera ordine e si formano nuove strutture. Insomma, esse illustrano un possibile meccanismo per la creazione di ordine a partire dal disordine, come si osserva in molti fenomeni biologici.” (lettura di questa notte) 

"Porca puttana, ragazze, qui siamo alla massima entropia.. ” (lettera di Lorena, 1998)

“ Ma cos’è un oscillatore, Fra? Cosa te ne fai? Cosa fai oscillare? ” (commento di Sissi, 2006)

“ L’infinitamente grande, sai, lo ritrovi solo nell’infinitamente piccolo.. ” (scritto sulla parete del mio soggiorno, 2004)

 

davanti al mio naso

 

“Imminente errore irreversibile. Sostituire l’hard disk per non perdere i dati acquisiti. Per continuare premere F1”.

 

Osservo lo schermo per qualche secondo, chiedendomi come sia possibile che il mio computer si trovi improvvisamente sull’orlo del baratro. Così, da un giorno all’altro. Quando fino alla settimana scorsa ero in grado di saltellare, serena e inconsapevole, tra una decina di finestre aperte contemporaneamente – il mio blog, il suo blog, eWebCounter, la consultazione di un forum lesbico, un documento in word di oltre cento pagine, youtube e chissà cos’altro – senza che venisse manifestata neanche la lontana ipotesi di un “lieve malfunzionamento”. Errore irreversibile. Imminente. Davvero non capisco. Alla fine decido di bere un bicchiere d’acqua e premere F1, da bravo struzzo telematico quale sono. E tutto si rimette in moto. Il mio desktop, tutte le icone al loro posto, la foto di Chiara sullo sfondo. Semplicemente, funziona. In uno slancio di pura emotività, decido di pulire la tastiera con un prodotto speciale che conservo per le grandi occasioni – a computer acceso, cosa assolutamente da evitare – prima di avviare la connessione. Che parte in un millesimo di secondo, efficace come non mai.

    

 

the shame is manifest (in my resistance)

 

A volte lei ritorna. In un profumo, nel suono di una risata. Nell’ombra che si sovrappone alla mia, per strada. E ogni volta sento qualcosa al centro del petto, il mio cuore che si sposta di qualche centimetro. Vorrei che non accadesse, credo. Di tutto questo amore, ancora vivo e pulsante tra le mie mani, non so più che farne.

 

 

l'unico luogo possibile

 

Giugno 2007.

Mi piace guardarla mangiare. Più precisamente, mi piace osservare la leggerezza del suo approccio al disagio, così diverso dai miei brutali rifiuti. Vederla trasformare l’atto della masticazione in una sorta di rituale astratto, in una progressiva presa di distanza fra sé e il boccone. Ogni volta che accade, amo perdermi nella sua capacità di dissolversi in pensiero, sempre più lontana, in accordo con una musica di cui mi è negata anche l’immaginazione. Oltre. E ciò che mi innervosisce negli altri – come l’abitudine di giocherellare con la verdura nel piatto, spostandola qua e là in mucchietti umidi – in lei quasi mi commuove. Per questo non parlo mai, quando siamo a tavola insieme. Gioco con le ombre, piuttosto, mi sfarino fino a diventare invisibile, nutrendomi della purezza dei suoi gesti, di traiettorie che solo per accidente portano una pera a sbucciarsi, un bicchiere a riempirsi a metà di vino. Finché, in logica digressione, il suo alimentarsi diventa sotto ai miei occhi un retropensiero – un retromangiare – di assoluto incanto. Sono innamorata del distacco, è ciò che meglio arrivo a comprendere.

 

 

 

 

Un’educazione al distacco lascia segni profondi. Nei pensieri, nei sogni. E’ un dolore da muscoli contratti, da tensione mai allentata. E’ un monologo incessante. Vivere nell’attesa che qualcosa accada. A portarti via.

 

 

saved

 

"Di questa forza che sento dentro
Viola di rabbia
E rossa
Di resistenza
Allo scempio che mi ha divelta
Incessantemente mi nutro
Questa linea di buio
Che non mi ha più abbandonata
Non è più forte di me
Adesso posso dirlo
Non è più forte di me
Perché nel sentiero che ho tracciato
Di solitudine eletta a regola
Ho saputo circoscrivere la pazzia
L’ho resa sterile
Con cura e rigore quotidiano
Preservando le persone amate
Dal contatto con il male
E oggi

Così lontana da tutto

Mi sento vibrare di orgoglio
Di gioia
Quando del mio bruciare
Solo io vedo l’inizio
Solo io la fine"

 

Scrittura automatica.

 

 

dove stai di casa

 

Il mio sguardo è assediato da ogni parte. Carrelli stracarichi, bambini, zaini, tassisti abusivi, comitive orientali. C’è chi è in ritardo, chi non lo è ma vuole assolutamente fare una sosta al duty prima di imbarcarsi. Una ragazza mi guarda in faccia e dice o piscio o muoio. Non la reggo questa cosa, il desiderio di girarmi e tornare a casa mi fa saltellare sul posto. Alla fine trovo rifugio in una toilette. Lavo il viso con l’acqua fredda, bagno la fronte, i capelli. L’immagine riflessa nello specchio mi fa sembrare una profuga emersa dalle acque. Non sono messa bene. Ma poi, gradualmente, le cose migliorano. Respiro, riprendo il controllo. Stupida che sono. Posso farlo, certo che posso. Così riesco a partire. Durante il volo - il primo dopo quattro anni, sono molto contenta - ascolto un po’ di musica. Mangio i salatini, bevo la mia aranciata. Una volta a terra, dico al tassista di portarmi direttamente in clinica. Penso di restarci per poche ore, saranno tre settimane. In un reparto che non conosco, per pazienti in transito.

 

.....


La mia richiesta di incontrarla crea una linea di panico che, partendo dalla caposala, arriva fino in direzione. Non mi è permesso fare visita alle lungodegenti. E non devo considerarmi una visitatrice lì dentro, cosa mi sono messa in testa. La discussione si prolunga, io sono pronta a dare fuori di matto. Alla fine, incredibilmente, riesco a spuntarla. Venti minuti in una saletta con la porta aperta, non ci è consentito altro. Mi va benissimo.

 

Prima di entrare respiro a fondo due o tre volte, mi pettino con le mani. Lei è lì, come la ricordo. Gomiti e ginocchia. Contromovimenti. Occhi. Le hanno tagliato i capelli cortissimi, è tutta occhi adesso. Mi dice raccontami qualcosa. Per un attimo la vedo smarrirsi, come in un'interferenza di fondo, e poi ancora, raccontami qualcosa. Quando c’è il sole, vado giù al negozio degli arabi e mi faccio preparare un panino con il kebab. Sai, con la cipolla e tutto. E lo mangio in strada, proprio sul marciapiede, con le salse che gocciolano per terra. Non so perché le racconti questa cosa, fra tutte quelle che potrei. V. ascolta e poi sorride, nel suo modo storto. Sei venuta a trovarmi, dice. E io annuisco, girando la testa, e vorrei. Soltanto. Piangere. Per la rabbia che sento. Per i lividi che segnano le sue mani, strette tra le gambe. Vorrei prenderla e portarla via con me, solo questo. Sottobraccio, come un pacchettino.

 

 

 

 

A chi mi vuole bene.

 

 

appunti dall'oltrespazio

 

Sul mio letto sono impresse tracce di gomiti e testa e ginocchia, di libri letti di spigolo, colazioni da campo, sguardi di pura perplessità e lampi notturni. Come se qualcuno – Francesca – avesse campeggiato per giorni in questo letto, in attesa di non si sa bene cosa. Come se. Giro la testa di tre quarti contemplando le condizioni in cui versa la camera, superficialmente inorridita e consolata, insieme, dall’idea che non ci sia nessuno a condividerne la vista. Riordinare è soprattutto un gioco di luce, ripeto a me stessa –  aria e luce da rimettere in circolo, il resto è pura conseguenza – ed è questo pensiero a strapparmi all’inazione. Un gesto dopo l'altro, tutto riprende a fluire. Come se nulla fosse accaduto.

 

amami

 

E la neve diventerà più bianca e le ombre sorgeranno dalle montagne e farà caldo… sì, farà caldo… le ombre rimarranno ma la luce lunare sarà calda. Tienimi stretta. Amami. Amami e basta.

(Hubert Selby jr.)
  

E’ chimicamente inspiegabile. Io non dovrei sognare, così mi hanno detto. O forse sì, ma ad un livello così profondo da rendere impossibile ogni ricordo. E invece mi ricordo benissimo. Proprio stanotte ho sognato, ne sono certa. Le parole lette ieri sera, prima di dormire, devono essere rimaste a galleggiare nella mia testa, a farsi strada come oniriche schegge. Certo, non tutte sono arrivate a segno. La neve, per esempio, è scivolata via senza lasciare traccia. La luce lunare, non so, non ne ho memoria. Ma ricordo una presenza, il mio cuore che batteva forte. Ricordo la sensazione di essere avvolta in qualcosa di caldo, come un abbraccio. Amami e basta. Mi piace pensare di aver pronunciato queste parole, nel sonno.

 

the name of identity

 

 

Sono

una pietra nera

lucida come granito

aspra di vene

e tagli.

 

 

 

world is calling

 

Fuori sta piovendo da morire. Io sono sotto questo cornicione con un bicchiere di plastica in mano, ogni tanto bevo un sorso di caffè e dico sta smettendo, adesso smette. Alla fine abbandoniamo la nostra posizione e ci lanciamo allo scoperto, in fondo è solo acqua e la macchina sarà a cinquecento metri. Dieci passi e sono fradicia. Le gocce di pioggia mi bagnano il viso, le braccia, una mi si aggrappa alla punta del naso e resta lì finchè non la porto via con un dito. Ottima idea. Non resta che camminare in modalità automatica seguendo la tua schiena fra passanti, ombrelli, schizzi, accelerando l’andatura perché tu cammini davvero veloce, centrando una pozzanghera dopo l’altra senza accorgermi. Al semaforo di viale Umbria mi fermo a trafficare con l’accendino sotto al diluvio universale, e quando alzo lo sguardo tu sei lì, proprio vicina, a sorridermi con aria concentrata. Sei maledettamente vicina e continui a guardarmi, non li stacchi più quegli occhi, e io mi innervosisco perchè sento che stai per dire qualcosa di profondamente sbagliato. E c’è questa pioggia che non smette, tutta questa confusione di gente e automobili e marciapiede bagnato, e tu che un attimo prima eri un'innocua schiena da seguire e ora due occhi puntati dentro ai miei. Zitta, questo penso, non dire niente per favore. Un ombrello colorato invade il mio campo visivo sulla destra e io – mi aggancio – mi sintonizzo sul rosso della sua tela e conto mentalmente. Uno. La gente inizia ad attraversare la strada, c’è una ragazza con un giubbotto, le maniche rosso acceso. Due. E tu sei lì, ferma accanto a me, e posso percepirti mentre registro un pezzo di carta per terra, tre, e mi arrivano brandelli di frasi, io vorrei, questo stai dicendo, io vorrei, nel tempo necessario perché scatti il semaforo, quattro, e poi c’è una pubblicità muraria e un vaso in vetrina, cinque, sei. Il collare di un cane, una scritta con lo spray, e poi non ricordo cos’altro di rosso, fino a dieci, quando il meccanismo si disinnesca e io smetto di contare. Avere cura di te, questo stai dicendo. Vorrei avere cura di te. Senza più sorridere, a questo punto. Piove tantissimo.

 

 

 

 

Scritto ascoltando un inesplicabile “Big city life” dei Mattafix

 

 

loss of voluntary control

 

Sono attimi di fuoco. Finestre, lame di luce. Sono punti di corrosione. Quando accade, mi sento pervadere di elettricità, un sapore estraneo tra la lingua e il palato. Istantaneamente attiva – click on – mi muovo in una direzione, alla tastiera del computer, e poi in un’altra, a respirare l'aria diversa della terrazza. Mi trovo per strada a cercare altri occhi, altri colori. E dico a me stessa ecco, santo dio, adesso. Resta qui. Quando accade, ci sono nuclei di concretezza di colpo presenti in forma di maniglie e insegne e volti, ombre sull’asfalto, voci. Ci sono punti di equilibrio, così solidi da poterli toccare, e vuoti che si riempiono sotto i miei occhi accesi. Resta qui.

 

 

Ieri ho fatto spese. La giacca dello smoking mi piace moltissimo, in forte contrasto con i bracciali e i jeans. Oggi sarò assolutamente credibile, lì fuori. Una persona come qualsiasi altra. Ricordarsi di respirare normalmente, nascondere gli occhi, controllare i gesti. Quante volte posso morire in una sola vita, spesso me lo domando. Quante rinascite verranno ancora, a disturbare il mio declino. Per un’ora, un giorno, giusto il tempo di un’illusione.

 

 

effe

 

Mi ero svegliata ed eccola lì, la coperta nuova. Bellissima. Con il cielo stellato, gli orsi in pigiama e tutto. Allora era vero. Perché la sera prima, quando la tata mi aveva raccontato la storia della matita magica, io non ci avevo creduto. Un po’ ci avevo creduto, in realtà, ma non del tutto. Tre desideri, uno per ogni stellina disegnata sulla matita d’argento. Devi concentrarti e dire il desiderio ad alta voce, prima tu da sola e poi lo ripetiamo in coro. E io, non so. Sì, era una bella matita, proprio come ti immagini una matita magica a cinque anni, ma addirittura la coperta con gli orsi.. Troppo. E invece aveva funzionato. Tanto che per tutta la mattina, dopo l’incantesimo notturno, avevo sfilato per casa completamente avvolta in quella coperta enorme, caldissima, che faceva ridere solo a guardarla.

 

Dopo qualche mese decidemmo di usare il secondo desiderio. Perché dal mio armadio, durante la notte, uscivano delle ombre e io non riuscivo a dormire. Allora, al momento di spegnere la luce, ci mettemmo in posizione di combattimento. Io sotto le coperte, con la matita magica stretta fra le mani, e la tata accanto a me. Abbracciate strette. C’era una filastrocca da dire, non la ricordo più ma so che c’era, e poi a turno si doveva raccontare una favola. Solo così la magia funzionava. E funzionò, per la seconda volta. Niente più ombre strane, da quella sera in avanti.

 

Poi sai, i miei genitori non si affezionavano alle persone che lavoravano in casa nostra, e la tata fu sostituita senza tante storie. Da un giorno all’altro, scomparve. E io, senza di lei, non ho mai trovato il coraggio di utilizzare la terza stellina. Qualche volta ci sono andata vicina, un anno dopo soprattutto. Ma niente, sentivo che non ce l’avrei fatta, da sola. Per certe cose bisogna essere in due. Però la matita ce l’ho ancora, ovviamente. Mai temperata, con la sua patina color argento ancora intatta. Magica.

 

 

 

 

zona di separazione

 

Sono ammantata da un tossico velluto. Ogni cellula del mio corpo, ogni fibra, terminazione nervosa. Procedo a rilento. Mi interrogo e perdo il filo, nello stesso istante. Dietro un vetro opaco si agitano delle sagome indistinte, salgono in spirali. Non ne subisco più il richiamo, non da dove mi trovo. Eppure. Ogni tanto colgo un movimento, il contorcersi di una spira. Verde, viola. Con la coda dell’occhio. Fotogrammi sbiaditi, la memoria di qualcun altro. Non sono i miei fantasmi. E lo sono. Dietro al mio vetro opaco.

 

 

stronger than

 

Sono più forte dei miei giorni. Li guardo da fuori, quando non si accorgono della mia presenza, ne studio il ritmo, sai, la consistenza. Osservo la loro irresolutezza, li vedo oscillare come in una danza appena accennata, liberi da ogni responsabilità, lontani anni luce da qualsiasi idea di senso. Mi irrito per la loro debolezza, di quanto siano pallidi, scoloriti, arresi all’ovvietà. Sconfitti.

 

In passato mi sono logorata in un gioco quotidiano di sguardi, interrogando il mio tempo con la pazienza di una madre, con la rabbia di un’amante delusa. Con l’energia di chi crede possibile un cambiamento. Oggi percorro un sentiero di neutralità, ripagando i miei giorni con la moneta dell’indifferenza. Quando mi stanco del loro ingombro, li raduno in mucchietti, come se fossero banconote del monopoli, e li metto via. Semplicemente, me ne dimentico. Sul fondo di un armadio, nella tasca posteriore dei jeans, sotto al modem. Per sempre lontani.

 

Oggi, quando penso ai miei giorni passati, li immagino persi in un’oscurità indefinita, tenuti insieme da un elastico riciclato. Ancora presi a parlarsi tra loro, dopo tanto tempo. A raccontarsi storie senza significato, eternamente uguali. Di amori sbagliati, di una vita buttate al vento. Di una ragazza che aveva perso la strada. Non provo alcun rimorso. Un retrogusto di tenerezza, a volte.

 

la parola manicomio

 

 

Ho chiesto: “E’ buono, amico?”

“E’ amaro amaro”, ha risposto.

“Ma mi piace

perché è amaro

e perché è il mio cuore”.

SC

 

 

 

Fuori.

 

C’è una donna in piedi al centro del soggiorno. Indossa una camicia bianca con le maniche arrotolate fino al gomito e ha i piedi nudi, come sempre quando è sola in casa. Non è che stia facendo molto, in realtà. Apre i cassetti della madia, uno alla volta, poi la cassapanca sotto la scala a chiocciola. Conta i libri che colorano la parete di fondo, leggendo i titoli ad alta voce. Cose così. Del telefono che squilla a lungo nell’altra stanza, sembra non accorgersi nemmeno. La diresti concentrata sulle sue cadenze, rapita dalla meccanicità di ogni gesto. Assente, ecco. Se tu fossi nella sua testa, potresti riconoscere i tratti di una decompressione emotiva in corso. Sensazioni, suoni, frammenti di paura, stato – ogni cosa sospinta ai margini di un incerto fulcro. Ma così, vista dall’esterno, appare semplicemente distratta, persa in un pensiero vagamente piacevole.

 

 

Dentro.

 

14 Febbraio.

La solitudine, in questa parte della mia esistenza, è un bisogno primario. Vivo la gente che mi circonda come una dissonanza. Il rumore, l’imposizione di un diverso ritmo. Dov’è la libertà di scelta di cui mi parlano, io non capisco. Mi scopro costantemente affamata di assenza, cerco gli angoli morti, mi nutro di sospensione. Perché i miei pensieri hanno bisogno del vuoto assoluto per trovare la loro completezza, e qui esiste una serie infinita di ostacoli, di spigoli umani, di interferenze su cui fatalmente finisco per infrangermi. Lo so che non va bene. E sto lavorando tanto su questo disagio, ma ho l’impressione di farlo per i motivi sbagliati. Per istinto di sopravvivenza, per dilatare la mia capacità di sopportazione. Ripeto a me stessa di concentrarmi sull’essenziale. Mi impongo di inscrivere ogni prospettiva possibile in un quadro di ventiquattro ore. Il mondo esterno, semplicemente, non esiste.

 

 

23 Febbraio, pennarello nero.

Guardo la mia mano, la linea dell’avambraccio, e intanto penso. Che dovrò adottare ogni cautela. Adotta. Ogni. Cautela. Lascio che questa immagine mi scorra tra le dita come sabbia.

 

 

25 Febbraio, squarcio viola.

Vogliono tutto, asfaltano ogni pudore. Parole, sguardi, sangue. Giocano su queste variabili applicando oscure alchimie, teorizzando sul valore dell’osservazione e della manipolazione chimica. In cambio offrono soluzioni che scardinano l’ordinata del mio tempo con una noncuranza che mi piega in due dal nervosismo. Sento un dolore che è quasi fisico, al centro del petto. Il fatto di non poter parlare con un medico che condivida il mio senso di urgenza, che dimostri una uguale determinazione, mi fa soffrire enormemente. Dicono che mi nascondo. Che ho il potere di scomparire a me stessa, al mondo. Ma guardatemi, cristo. Io voglio essere spinta oltre, non chiedo altro. Ho bisogno di un filo a cui aggrapparmi. Qualcosa che sia anche sottile come una lastra di vetro, ma che mi sostenga. Che mi sostenga un pochino. Ho i nervi a pezzi, la calligrafia impazzita. Rifiuto il cibo da tre giorni, mi alimento di pura ostilità.

 

 

4 Marzo, mi ricordo.

 

Urlare fino

A strapparmi di dosso

Questa pelle.

 

Vorrei cambiare la metrica di un haiku imperfetto. Sai, rispettare le regole. Mi spacco la testa da mezz’ora, ma non riesco a pensare ad un verso conclusivo di cinque sillabe. Non possiedo il necessario distacco, non sono più capace. In questa giornata di assoluta merda, vuota come lo sono io, il significato travalica ogni possibile forma. Questa pelle. Questa pelle. Non so come altro dirlo.

 

 

16 Marzo.

La mia nuova casa si chiama zona di separazione.

 

 

Ora.

 

Il primo giorno ho camminato lungo il corridoio di decompressione che separa il mondo reale dalla zona degenti. Nove settimane dopo ho compiuto lo stesso percorso a ritroso, da dentro a fuori. Oggi rifletto sul tempo trascorso tra questi due eventi. Profondità e durata. Rifletto sull’autenticità delle risposte che mi sto dando, alla ricerca di un equilibrio tra verità e desiderio di protezione. Sul senso di un’immane fatica. Per essere presente, per resistere alla tentazione di rifugiarmi in un luogo dove nessuno avrebbe potuto raggiungermi. Non so cosa sia rimasto di me. So che ho scritto ogni giorno, due quaderni fitti. Non ho mai riso, qualche volta ho pianto. Ho vissuto, credo. Meglio che potevo.

 

 

perchè non sia un'ibernazione

 

Tutti credono che i pensieri siano il mio punto debole, ma sono le parole ad esserlo. Quando mi decido ad usarle, piccole sequenze di rappresentazione, non posso fare a meno di ridere della loro inadeguatezza. Le mie parole vanno bene per i concetti semplici, quelli di prima pelle: ho fame, ho sete, fa caldo in questa stanza. Per tutto quello che si muove sotto la superficie, parlare equivale ad un tradimento. Ecco perché preferisco il silenzio. Credo che in questo black out generale - classica situazione da mani nei capelli: Da dove cazzo comincio? - la semplicità sia l'approccio più efficace. Credo che sia più facile educare le parole che il pensiero, sperando che una cosa contagi positivamente l'altra. E allora, per ricollegare l'isola al continente, mi sono data l'obiettivo di ritrovare le parole che ho perso. Ecco una buona etichetta per il viaggio che mi appresto a compiere, diventerò una word seeker - una cosa molto carina da dire in inglese, mi piace. Il passo successivo è decidere cosa mettere in valigia. Che poi sarà uno zaino.

 

Al di là degli oggetti di prima necessità, che occuperanno uno spazio esiguo nel mio bagaglio, il criterio di selezione è semplice: porterò con me solo cose capaci di darmi coraggio. Libri, appunti, il mio cucchiaio preferito, qualche mail che ho già in mente, una scatolina che mi piace annusare, la maglietta blu a maniche lunghe, tre quaderni nuovi a spirale, il mio nanetto iPod e chissà cos'altro. Devo selezionare. Perché sarò lontana da casa, perchè mi sentirò tremendamente lontana da casa. Perché dovrò inventarmi tutto. E vorrei essere preparata a quei momenti - che arriveranno, già lo so - in cui chiudere gli occhi non sarà sufficiente. Ma io sono brava in questo. Ho trascorso una vita ad interrogare quello che mi circonda, so che alcuni oggetti mi parlano e altri no. E il mio zaino è molto capiente. Sarò pronta.  

 

Stanotte il mio sonno era agitato. C'era un vento cattivo che mi entrava in casa e colorava tutte le pareti di arancione. Il colore della morte, nel sogno. Io correvo da una stanza all'altra per chiudere le finestre, in un frastuono da tempesta che ho ancora nelle orecchie. Ma non c'erano le maniglie, solo i buchi delle viti e un'impronta più chiara sul telaio di legno, così il vento finiva per prendersi tutto. Mi sono svegliata con questo senso di arancione addosso, il piumone scagliato via a tre metri dal letto. Il mio inconscio manifesta un disperato dissenso per la piega che stanno prendendo gli eventi, ma non voglio lasciarmi condizionare. Spero solo di dormire meglio, nelle notti che mancano alla partenza.

 

 

 

  

Scritto ascoltando "L'aura - Irraggiungibile"

 

 

haiku, 5-7-5

 

   

 

Lampi di realtà

Squarciano i miei sogni

Diverso specchio

 

 

 

 

 

Oggi V ha lasciato la clinica, l'ho saputo poco fa.

Dopo mesi di fatica, di silenziosa applicazione.

Pochi giorni prima del mio ritorno.

Questa cosa mi fa vibrare di gioia, da lontano.

 

 

5 cose

"Five things you don't know about me"  consiste nel descrivere 5 piccole cose non note al grande pubblico riguardante se stessi e di linkare altri blogger per proseguire la catena.  

 

Ringrazio la dolce Cassandra, che ha stretto intorno al mio collo la catena lanciata da Leonardo. E ovviamente non mi sottraggo al gioco :-) Ecco le mie 5 piccole cose: 

1. Riesco a muovere autonomamente ogni singolo dito del piede sinistro. Con il destro non sono capace, per motivi che sfuggono alla mia comprensione.

2. Mi piace leggere ad alta voce. E' una cosa che faccio per me stessa, non ho bisogno di ascoltatori. A volte ricaviamo piacere dalle cose più strane, è proprio vero..

3. In fatto di cibo ho gusti un po' bizzarri. Per esempio, trovo normale mangiare insieme sgombri e cioccolato. Suscitando immancabilmente l'orrore degli commensali.

4. In compagnia sono quella che chiede sempre: Scusa mi hai chiamato? (Risposta: ah io no..) Oppure: Ma c'è un bambino che piange nell'altra stanza? (Risposta: ma quando mai?). Sono dotata del super-udito, è evidente.

5. Mi commuovo per le cose più futili. Fino alle lacrime. 

 

Passo la palla alla Sissi, titolare del prestigioso Atelier Colette: http://atelier-colette.leonardo.it/blog

ad Alessandra, mamma dei gatti di Alice: http://igattidialice.leonardo.it/blog

e, anche se in ritardo, a Marta: http://nynphe.leonardo.it/blog

 

enjoy the silence

 

Nulla passa senza traccia, neanche il nulla. Dal retro di copertina di un libro della Nothomb queste parole sono rimaste a galleggiare nell'aria per giorni, in un angolo del soggiorno tra la scala e la porta finestra, finchè mi sono decisa ad afferrarle per la colonna dell'autocoscienza. Che poi è quel lungo elenco sotto la voce categorie del blog - la prima volta l'ho chiamata così per scherzo, credo con la Sis, e si sa che il destino di certe definizioni improvvisate sia quello di durare per sempre. Nulla passa senza traccia. Mi piace il suono di queste parole, il senso che evocano in questa sequenza. Pensavo a qualcosa di molto simile oggi pomeriggio, intenta a tormentare con un dito i punti della ferita al ginocchio. Cercavo di indovinare la forma esatta della futura cicatrice e pensavo: Sarà la traccia del mio periodo di silenzio. Sotto il gonfiore che va attenuandosi già si legge la promessa di un segno indelebile, largo e trasversale. Un segno che dovrà faticare per guadagnarsi il riposo fra le mille tensioni delle mie articolazioni. E se è come sembra, la nuova cicatrice andrà ad intersecarne altre due, frutto dello storico incidente in moto, con esattezza millimetrica, fino a formare un disegno di grande suggestione. Come un sentiero interrotto da un tronco di traverso, o una diga. Come il disegno di un bambino che lascia a metà la sua casetta per inseguire un nuovo gioco.  

 

 

haiku, 5-7-5

 

 

Rossa di sangue

Là dove fa più male

Insensibile

 

 

 

 

la giusta direzione

 

No, perché essere sprovvisti del senso dell'orientamento è una cosa fastidiosa. Più per gli altri che per me stessa, visto che sono abituata a perdermi da sempre, con l'ostinazione di chi certe cose le fa per dono di natura. Sono gli altri a non capacitarsi, a interrogarmi con una luce di incredulità negli occhi: Ma com'è possibile? E io racconto che è una vita che torno a casa seguendo le frecce "centro città", che se i miei avessero abitato in periferia sarei finita a dormire sotto un ponte a giorni alterni. Che è una questione ereditaria  - Tu sai dove siamo? Ah no io no, si sono detti per anni i miei genitori; un antidoto contro il silenzio coniugale, se ci si pensa - e  che posso perdermi anche sotto casa, se mi distraggo proprio per bene. Quando sono di buon umore ho mille aneddoti da raccontare sull'argomento, come quella volta che non riuscivo più a ritrovare la macchina al vecchio Palatrussardi - c'era il concerto degli Skunk Anansie, una folla oceanica - e costrinsi i miei amici ad aspettare due ore a motore spento finchè la mia macchina non fu l'ultima rimasta nel parcheggio. Fra, ti ricordi almeno a che piano? No, non mi ricordo. Questo se sono in buona, altrimenti rispondo con un grugnito minaccioso e chiudo il discorso.

                            

Anni fa una mia amica prendeva il treno tutti i fine settimana per passare due giorni con me, e passeggiare per le vie del centro era la cosa che facevamo più volentieri insieme. Sì, insomma. E io andavo a colpo sicuro, sai via Dante o due passi in galleria, dove se ci si perde basta alzare gli occhi ed ecco il Duomo a rimettere le cose a posto. Solo che poi mi distraevo, per un discorso appassionante o semplice vizio di carattere, e puntuale arrivava la sua domanda: Francesca, sai dove stiamo andando, vero? Alla fine era diventato un gioco, mi piaceva da morire prendere subito quell'aria compunta e dire cose come: Certo che lo so, stiamo andando a quel cestino dei rifiuti lì in fondo, volevo fartelo vedere. E lei si faceva portare per davvero, al cestino dei rifiuti, e io le raccontavo una storia. Di come anni prima uno spazzino ci avesse trovato dentro un prezioso manoscritto tutto accartocciato, roba rara, e io ero una delle poche a conoscere la vicenda perché sai, quando ci si sa muovere per la città, cosa vuoi, nulla sfugge. Nel tempo mi sono inventata intricati racconti su qualsiasi cosa, su un palo della luce, un sassolino per terra. Su un gabinetto pubblico, una volta. Perdersi non è una brutta cosa con certe persone accanto, l'ho sempre saputo questo. Oggi mi smarrisco da sola quasi sempre, e di storie sui pali della luce non me ne vengono più in mente.

 

 

 

 

pauraedesiderio

 

Due fuochi. Segnano i miei pensieri, entrano nei sogni. Mi stancano. Come una graffetta presa tra due magneti, vivo sospesa in una tensione irrisolta. Un giorno e poi un altro. Catturata dalla potenza di un'opposta attrazione, rimango immobile. [Tu mi guardi e non riesci a vedermi. La tua voce reclama determinazione. Vorresti gesto, normalità. E di fronte al mio sguardo vuoto alla lunga ti stanchi. Mi lasci indietro.]

 

Esiste una linea di percorrenza dentro di me, uno stretto sentiero che mi attraversa per intero. Passa per la pancia e arriva al cuore. Più su, fino alla testa. Fra desiderio e paura, è il mio equilibrio. Il mio stato di grazia. In certi momenti riesco a camminare lungo questo sentiero. A volte è la musica a trasportarmi, o un ricordo. Una tregua. E sono attimi che tolgono il fiato. Vedere me stessa, la persona che potrei essere, così semplice e intatta, mi dà grande coraggio. Quando accade chiudo forte gli occhi, come se imprimendo nella memoria le forme di un possibile futuro potessi ritrovare più facilmente la strada. E' questo. E la nostalgia di quel luogo mi logora, adesso.

 

 

 

let's go party - pagina 3 di 12

 

dopo ore di ragionamenti. Un crollo istantaneo e del tutto illogico, da prendersi a sberle. Fatto sta che alle otto e mezza scendo al bar di corsa, un attimo prima che chiuda. E da un momento all'altro mi ritrovo in strada, con un Ferrari da 15 euro in mano e l'atroce retropensiero che non esiste al mondo peggiore sfigata di una che brinda da sola al nuovo anno. Tacendo dell'ancor peggiore retropensiero "e la sfigata in questione sei tu..".

 

E tutto questo perché? Non certo per una questione di rispetto delle tradizioni, di cui me ne frego altamente, o per chissà quale contagio festaiolo. E' che avevo la sensazione che mi sarei sentita MENO sfigata se avessi avuto qualcosa da stappare allo scoccare della mezzanotte. Neanche tanto tortuoso come ragionamento, in fondo. Semplicemente stupido. Perchè poi la cosa ti sfugge di mano. Perchè se decidi di celebrare il capodanno con un brindisi - anche se si tratta di un brindisi "coppa/aria" - non puoi mica farlo in jeans e a piedi nudi, e neanche usare i bicchieri della nutella se è per questo. Cogliona.

 

Così per due ore nel mio appartamento è tutto un fiorire di spazzolini da denti, doccia, cremine viso/corpo, asciugacapelli a tutta potenza, sigarette defatiganti, corse al piano di sopra per vestito e scarpe, tovaglia rossa di lino grezzo e coppa di cristallo pronta sul tavolo. Con Carlo Conti che fa il conto alla rovescia su raiuno e dice meno tre meno due meno uno, auguri. Auguri a tutti. Ho dovuto stappare lo spumante -  un rumore inquietante in una stanza semivuota - per poter finalmente chiudere questa serata del cazzo. Dio santo. Il giorno in cui capirò perché mi sottopongo

 

 

delle future ali

 

 

 

ventiquattro

 

Riempirmi gli occhi di un portone che andrebbe annusato per quanto è bello. Passare il dito lungo le spaccature del legno, farmi raccontare una storia. Sarebbe una scelta possibile, se avessi il coraggio di fermarmi giù in strada. Ma il mio coraggio è impegnato altrove, ecco perché decido di salire in ascensore. Dietro la porta d'ingresso trovo luci e corpi e profumi di plastica, un caldo soffocante, sorrisi da elargire in perlustrazione. E poi una schiena che riconosco, un viso girato di tre quarti. Il motivo per cui sono qui. Quando la schiena diventa petto ci vuole un attimo a capire che certi film sono reali soltanto nella mia testa, che sarà per un'altra volta. Non c'è luce in quegli occhi che mi scrutano. Tutto si riduce ad uno squallido niente, occupare uno spazio e poi un altro, bagnarmi le labbra con atteggiamento neutro, mentre un commensale racconta ad alta voce della donna superiore, della vaffanculo. La mia serata possibile è un pacchetto appoggiato sul pavimento. Un odore dolciastro, come di frutta marcia, che mi resta addosso fino a casa.

 

diverso vetro

 

 

Non è la prima volta che mi trovo impegolata in dialoghi così surreali. Sono cose che succedono facilmente quando ti fai una certa reputazione. E allora sai, io sono l'ultima matta di famiglia, quella che sta poco bene, quella con cui andarci piano. Così è inevitabile che la gente assuma nei miei confronti un atteggiamento di eccessiva cautela, come se vedesse al centro della mia fronte un terzo occhio di cui non è delicato parlare, o uno strano uccello appollaiato sulla mia spalla. Manica di stronzi.

 

Prima ci stavo male, soffrivo realmente. Poi io sono una che si fissa. Con il passare del tempo però ho scoperto che le cose cambiano, che tutto cambia. Ho imparato a sorridere di certe situazioni, a far finta di niente, ad evitare i più elementari imbuti di paranoia del tipo "perché mi ha guardata in quel modo? perchè mi espongo..". Alla fine ho imparato a fregarmene. Oggi mi faccio meno domande su quanto il mondo intorno a me sia cambiato, nelle piccole e nelle grandi cose. Semplicemente incasso e tiro dritto. Sono diventata molto brava in questo, incasso e tiro dritto.

 

Nello specifico ieri mattina ho tirato dritto fino ad un prestigioso atelier (non Colette), dove ho potuto rispolverare la mia antica attitudine a fare compere. Da perfetta macchina da shopping quale so ancora essere, in meno di trentacinque minuti mi sono regalata un cappotto di Strenesse Gabriele Strehle da urlo ("che linea.. ma lei è magra come una modella.." e ci credo, tesoro..), un paio di guanti very stylish, una camicia da notte portafortuna e un foulard, gentile omaggio del negozio.

 

Non c'è che dire. Qualunque sia il mio futuro, gli vado incontro con grande eleganza. Stretta nel mio cappotto nuovo, spargendo nell'aria una leggera fragranza di Chanel. Buon Natale.

 

 

plutone chiama terra

 

A volte le risposte arrivano così, talmente chiare e tempestive da ricordarti l'urgenza di una domanda che avevi dimenticato. Ed ecco che mi ritrovo con quasi cinque chili di miele di fiori selvatici, una riserva tecnicamente infinita in relazione ai miei consumi, e un senso di calore che non scompare.

 

Un lui e una lei, entrambi sui venticinque, corredati da un cartello invisibile con su scritto "non avere timore, siamo due teneri in difficoltà", mi si avvicinano appena girato l'angolo. Tutto di loro dice che sono albanesi, l'abbigliamento, gli occhi chiari e diretti, l'accento con cui mi chiedono in coro se ho una sigaretta. [Poi scoprirò che in realtà non sono affatto albanesi ma rumeni senza fissa dimora, per la serie ma che ne sai?]. Comunque, tiro fuori il pacchetto e lo giro aperto nella loro direzione. Lui allunga la mano tutto contento, lei anche, all'unisono, e boing, le due mani si scontrano. La ragazza guarda il suo amico con espressione severissima e gli dice in italiano: Dobbiamo prendere UNA sigaretta, non due! Il tipo ritrae il braccio alla velocità della luce, mentre il cartello sulle loro teste prende a lampeggiare. Come si fa a far finta di niente.

 

Finisce che la sigaretta la fumiamo insieme, tra strette di mano, sorrisi e piccole confidenze. Lui mi racconta che sta leggendo un libro sugli squali (e si ribalta dalle risate quando gli dico che a me gli squali fanno terrore), lei ha una foto della sua migliore amica, guarda che bella. Tre perfetti scemi in mezzo alla strada, ecco come va a finire, finchè Alin (lui) non decide di regalarmi la famosa cassetta da sei barattoloni di miele millefiori. Ed è stupido chiedersi perché due ragazzi simil-albanesi se ne vadano in giro per Milano con tutto questo miele appresso. Devo accettarlo, fine del discorso. Visto che è scomodo da trasportare, lei tira fuori dal giubbotto un sacchetto tutto spiegazzato, lo spolvera un po' e me lo porge. Io per ricambiare riesco solo a ficcarle in tasca un pacchetto nuovo di marlboro, dopo una breve e intensa colluttazione. Cinque minuti in tutto, poi è tempo di salutarsi. Più volte, anche da lontano, con ampi gesti del braccio. Tanti auguri? Sì, di cuore.

 

 

my purpose is an empty mind

 

Nevrotica è dentro e fuori, una lente d'ingrandimento con il manico spezzato. L'ossessione del dettaglio da cui non ti liberi. Cento ore a volo radente e poi un singolo istante che ti manda in pezzi. Perché invade, perché ti riporta dove non vorresti. E' fare i conti con un'ombra che diventa mondo.

 

Dopo settimane di educazione del pensiero, di assunzione e implacabile controllo, a inventarmi una noncuranza che non ho, una impermeabilità ai rumori di fondo, di colpo mi sento stanca. Devo fermarmi, mi conosco, lo so che devo fermarmi. Allontanare ogni cosa, percorsi, sogni, buoni propositi. Fare il vuoto. Creare il vuoto. Solo per oggi. 

 

 

 

in questa bolla non mi sento sola.

penso a corto raggio, mi coccolo con niente.

come su un traghetto notturno,

con quel rumore di motori cupo e regolare.

pura sospensione.

quando tutto si dilata, si sfarina.

e il mare sotto che è una macchia nera.

 

 

tutto bene

 

L'avevano spaccata, letteralmente,

eppure trovava ancora la forza per sorridermi.

Penso spesso a questo.

 

desaparecida e piccole attenzioni

 

Arrivo a sera con il sorriso sulle labbra, incantata dal fascino di una giornata serena. Fuochi spenti, percorsi morbidi. Non so dire. E' che a volte capita che la persona a cui stai pensando ti si materializzi accanto, con un tempismo a cui non sai abituarti. Capita che certe immagini si affaccino alla tua mente così, senza un motivo, e che poi continuino a riproporsi in un gioco di rimandi e corrispondenze. Ed è bello lasciarsi cullare.

 

Ieri ho pulito casa dopo alcune settimane di assenza, in un cumulo di roba da buttare, frigorifero non svuotato, fazzoletti di carta usati sparsi un po' ovunque. Cose così. Sotto al divano ho trovato un appunto scarabocchiato su un kleenex, in una calligrafia fuori controllo. Ricordo il momento in cui l'ho scritto.

 

 

Condividere il dolore, riconoscerlo al di fuori di me.

Identico nella fibra e nel sapore.

Inesprimibile eppure così presente nello sguardo,

nel tremore delle mani, in un sorriso.

Continuerò a sentirmi così sola

per tutto il tempo,

ogni giorno, ogni momento,

finchè terrò gli occhi chiusi.

 

 

Ricordo il motore di questo pensiero. Distanza. Distanza. Da tutto. Davvero, da tutto. In un tempo relativamente breve, da allora ad oggi in un respiro, mi trovo ad accarezzare una luce diversa. Bello, sì. Come ogni prospettiva che cambia. E sai, non importa quanto possa durare, quanto sia effimero il momento che sto vivendo. Non è tempo di assoluto, non per me. E' tempo di piccoli, fiduciosi passi.

 

 

ovatta

 

 

Sono sfiorata da sensazioni rosso cupo

che risvegliano la mia attenzione,

mi mettono in allarme.

E subito si disperdono.

 

Vivo giornate contraddittorie.

 

 

un luogo dove non sono mai stata

 

Decidiamo di darci appuntamento in libreria, alla fine. Sono nervosa, voglio che questo incontro vada bene, che sia diverso dalle altre volte. Ci tengo. Arrivo in anticipo eppure, sbirciando all'interno dalla vetrina, vedo che lei è già dentro, bella come sempre, elegante. Entro. Non mi sorride vedendomi arrivare, rivolge un cenno del capo nella mia direzione ed è tutto. Io le rispondo togliendo gli occhiali da sole, guardandola per un attimo. Non le sorrido, rimetto gli occhiali. Penso dille qualcosa. Indico il libro che tiene fra le mani e domando com'è?, lei dice non saprei e lo appoggia velocemente sulla pila che le sta di fronte, nel posto sbagliato. Fingo di leggere qualche titolo, lascio passare una persona che va di fretta. Mia madre si accarezza le labbra con un dito, più volte, un gesto di disagio che conosco bene. Riprendo il libro e dico dai, questo te lo regalo io, lei risponde va bene e subito scusa, è tardi. Ci salutiamo davanti all'uscita, le dico ciao e poi d'impulso vengo con te. La sua mano mi sfiora la spalla quasi per caso e io non me l'aspetto, perdo il filo. Poi camminiamo in silenzio verso una direzione imprecisata, distanti forse trenta centimetri l'una dall'altra. Molto poco.

 

 

 

 - in quel posto uccidono i fantasmi.

- sono morti, allora?

- non lo so. qualcuno sì, credo.

 

 

istantaneo ed eterno

 

Cento passi e poi altri cento. Senza un muro, una porta chiusa, senza un neon a farmi lacrimare gli occhi. Solo aria, all'improvviso tutta l'aria che desidero, così tanta da farmi girare la testa. Cammino per quasi un'ora, ubriaca di rumori e di sensazioni che prendono forte allo stomaco, in uno stato di coscienza che si avvicina al sogno. Dio santo. Attraversare la piazza della stazione lentamente, fumando una sigaretta, con lo zaino che mi pesa sulla spalla, è tutto come l'avevo immaginato. Ancora più bello, più dolce. Sul treno trovo un posto perfetto, vicino al finestrino, dove poter galleggiare in pace. Bevo un sorso d'acqua dalla bottiglia e sorrido al vuoto che ho di fronte. Torno a casa. A voce alta, lo dico. Torno a casa.

 

E poi è mondo che scorre, prati, antenne a forma di mucca. Poi è cielo da guardare. Sono occhi chiusi e un po' di batticuore, quando il controllore mi rivolge la parola, quando devo andare in bagno. Un riabituarsi graduale. Fa talmente caldo che devo togliere il maglione e mi scoccia mostrare le braccia nude, vorrei avere le maniche lunghe. Ma nessuno bada a me, davvero nessuno. [Sento la mancanza di V e C. Delle sigarette fumate di nascosto sul terrazzino, con un freddo che si gelava. Di quel farsi coraggio. Mi mancano i loro occhi, gli unici occhi a cui ho sentito di poter credere.] Lentamente il paesaggio si scolora, una luce ovattata ammorbidisce i contorni. E poi è Milano.

 

  

il nome delle cose

 

Di giorno è solo un enorme deposito, buono per giocare a nascondino nelle ore di pioggia o per tenerci le biciclette. Ma quando arriva il buio, credimi, non verrebbe in mente a nessuno di entrare in quel posto. Quando arriva la sera è tutta un'altra storia.

                                                               

Non c'è neanche bisogno di fare la conta, mio cugino va dentro per primo. Con le ansie da capo che si ritrova, figurati. Un attimo prima che gli altri chiudano la porta a chiave riesco a sbirciare il suo viso nervoso, e la cosa mi agita un po'. Se ha paura lui che ha già dodici anni, pensa io. "Ci vediamo dall'altra parte", gli dico. Scende i gradini e noi restiamo in silenzio per qualche istante, sperando di sentire le sue urla di terrore provenire dall'interno, sarebbe forte. Ma niente, non ci dà soddisfazione. Allora tutti di corsa in cortile, con le lampadine che proiettano sui muri ondeggianti fasci di luce, verso il portone d'uscita. C'è un clima esplosivo, siamo sovraeccitati.

 

"E' una cazzata, troppo facile". Doveva essere una cosa pericolosa, tipo film del terrore, doveva essere il gioco del secolo, e il primo che esce non è neanche sudato. Non è divertente come pensavamo. "Adesso una femmina!". Eccoci, lo sapevo. L'espressione di mia sorella, che sembra ancora più piccola del solito, mi fa capire che non ho scampo. Tocca a me. Posso dire che eviterei volentieri? No, non posso dirlo. Pochi istanti e sono dentro.

 

All'inizio sono convinta di farcela perché quel magazzino lo conosco proprio a memoria. Devo avanzare per qualche metro alla fine della scala e poi piegare a destra, quando iniziano le botti. Ne devo contare cinque. Poi ci sono tre camere senza porta e subito dopo l'arco la grande stanza del forno. Lì posso anche mettermi a correre tanto è tutto dritto. Ce la faccio.

 

E' il rumore della serratura che scatta a farmi prendere coscienza del buio. Non me l'aspettavo così. Dell'odore di marcio che aleggia nell'aria. Non così. Tento di resistere, di abituare gli occhi all'oscurità, cosa c'è in questo posto, ma già non sono lucida, non sono per niente lucida. Muovo qualche passo alla cieca, confusa, atterrita da qualcosa di estraneo che prende il controllo, come una coperta sporca premuta sulla faccia. Mi aggrappo alla ringhiera e resto immobile, mentre il nero mi dilaga dentro. Venite a prendermi, è il mio ultimo pensiero. Per nulla divertente.

 

 

 

Alla fine certe decisioni vanno prese, dunque martedì entro in clinica. E' un appuntamento che ho rimandato per tanto tempo. Un anno. O molto di più, a pensarci bene. Ora non è più possibile. Spero di tornare a casa presto.

 

 

non guardare

 

 

E' una giornata storta,

un'onda di passaggio.

La pioggia, forse.

 

 

 

 

 

strap on

 

E' facile prendere per il culo i bambini, con gli adulti la cosa diventa più complicata.

 

Tanti anni fa. Ti parlo di un uomo, di un perfetto imbecille a dirla tutta, a cui uno strano caso del destino aveva affidato la responsabilità di dirigere il mondo. Non occorre essere delle cime per svolgere questo compito, e infatti l'uomo se la cavava egregiamente. Forte, ottuso al punto giusto, sistematico, si impegnava  nella sua missione con l'integralismo di un terrorista islamico. Ma dovevi vederlo. Il suo tratto distintivo era una presunzione smodata che lo faceva camminare a tre metri da terra, perché sai, io comando, perché non posso distrarmi neanche per un attimo, perché senza di me le cose andrebbero subito a puttane. E anche da fuori te ne accorgevi, non potevi non accorgertene, di questa immensa erezione mentale che si portava appresso sempre e dovunque.

 

Un giorno questo potentissimo scemo ebbe una figlia, e poi ne ebbe un'altra. La prosecuzione della stirpe, sai, sono cose importanti. Ma se c'era una cosa che lo faceva incazzare, anno dopo anno, era proprio rientrare a casa e incrociare lo sguardo di due creaturine che con tutta evidenza non lo riconoscevano. Non dico come dirigente del mondo, cosa vuoi che ne capiscano a quell'età, ma neanche come padre. Ai loro occhi lui era un banalissimo estraneo. Uno qualunque. Eh no, porca troia. Allora l'uomo, abituato a spostare l'asse di rotazione terrestre con un telecomando, decise di risolvere il problema. In questo genere di cose era bravo, sapeva organizzarsi. Che vuoi che sia.

 

Disse alla cameriera di andare a cercare la sua collezione di fotografie autografate, quella degli attori americani, quattro volumi rilegati in pelle, devono essere da qualche parte qui in casa, quegli album del cazzo. E quando li ebbe fra le mani, si sedette accanto alla figlia più grande e iniziò a raccontarle una favola. Lentamente, usando le parole giuste, mettendoci calore. Una favola di cui, ovviamente, lui stesso era protagonista. Disse alla figlia che lui da bambino andava pazzo per il cinema e per i film di Hollywood. Le parlò di un amore che prende allo stomaco, le parlò di passione e di sogni. Di quando chiese alla nonna di tradurgli in inglese una lettera da mandare alle case di produzione americane e delle risposte che iniziarono ad arrivare.

 

Le parlò di gioia, di gioia che esplode dentro, le mostrò la fotografia di Montgomery Clift, la prima in assoluto che aveva ricevuto, traducendole la dedica. A Fabrice. Quel bambino ero io, ero io... così le disse. Nei giorni successivi l'uomo completò pazientemente il lavoro, sfogliando una ad una tutte le pagine degli album e continuando a parlare. Trame di film, nomi di registi e di attori, in un intrecciarsi fantastico di dive, amori impossibili, gladiatori e dolce vita. Alla fine l'uomo guardò la figlia di cinque anni negli occhi e riconobbe una luce diversa, la luce che cercava. E soddisfatto si allontanò, per sempre. E' davvero facile prendere per il culo i bambini.   

 

 

Ieri, casa dei miei. Attraverso il lungo corridoio diretta alla quarta porta a sinistra. Una luce perfetta, pannelli di legno scuro alle pareti, un forte odore di polvere nell'aria. Lo studio è l'unica stanza della casa che mi piaccia, a patto che sia completamente a mia disposizione. Come adesso. Nella libreria, proprio in alto, ci sono quattro album fotografici con la copertina in pelle. Devo sempre usare la scaletta per arrivarci. Chiudo gli occhi e li annuso, prima di aprirli. C'è una fotografia per pagina, due al massimo, e sotto una notazione scritta a mano con calligrafia regolare. Paul Newman, giugno 1958. Rock Hudson, novembre 1959. Centinaia di volti scorrono davanti ai miei occhi, uno dopo l'altro, giovani e sorridenti nel loro mondo in bianco e nero.

 

Riconosco molti di loro. Ricordo tutte le storie. Liz Taylor, la donna dagli occhi viola. C'è anche Marylin all'inizio del terzo album, la sua firma con dedica. A Fabrice. Amo questi volumi, mi appartengono. Mia madre mi intercetta quando sono ormai alla porta di ingresso e, con il suo sesto senso, nota subito lo zaino dove ho nascosto gli album. "Dove vai con quello zaino, Francesca?" "Parto per l'Honduras. Faccio la riserva per l'isola dei famosi". E' un furto in piena regola, niente di più semplice per una come me.

 

 

 

 

These beautiful faces come flying toward me like angels...

 

 

elsewhere

 

- A cosa stai pensando?

- Niente.. non penso a niente.

- Tutto a posto? Avevi un'espressione strana.

- Sto bene, giuro. Sono qui.

your dead mind

 

Il mio ciclo del sonno adora le montagne russe e, dopo settimane di invincibile letargo, da un po' di tempo mi impone di dormire due ore per notte. Qualcuno lassù si diverte a testare il mio livello di sopportazione, è evidente. In attesa che la situazione migliori o anche no, passo le mie notti a studiare. Imponendomi ritmi severi, con la massima concentrazione di cui sono capace, chiudo a chiave la mente per lasciare fuori il buio. Aggredisco i libri con la tecnica delle cinque letture concentriche dei tempi dell'università. Segni di evidenziatore sparsi per il corpo e odore di grafite sulla punta delle dita. Studio e assumo farmaci, come dire che apprendo e vanifico all'istante gran parte dei miei sforzi. Ma il piacere dell'approfondimento compensa la frustrazione di dover rileggere daccapo ogni dieci minuti. Ho la pazienza per farlo, cerco di non scoraggiarmi. Scrivo a margine, traccio freccine e collegamenti, spillo sull'angolo delle pagine schemi di flusso. Qualsiasi cosa possa tenermi agganciata. Cartelli segnaletici per il mio cervello: fra, you are here..

 

affinità elettive

 

Non so resistere ad uno sguardo implorante, soprattutto se lo sguardo in questione è quello di un cane che vuole le patatine.

 

Ho pagato le mie marlboro lights e sto per uscire dal bar, quando lo vedo. Sotto al banco degli aperitivi c'è un boxer color miele tenuto al guinzaglio. E al di là del fatto che io adori i boxer oltre ogni ragionevolezza, sono i suoi occhi a catturarmi. Non so come abbia fatto a notarmi tra la folla ed a riconoscere in me una possibile alleata, ma questo cane è in preda ad un travolgente attacco di golosità, si vede benissimo che darebbe la vita per UNA patatina, e con lo sguardo mi sta dicendo "ti prego, aiutami..". Resisto per mezzo secondo al suo richiamo, poi aggiungo al conto delle sigarette un'acqua tonica e mi dirigo verso il bancone.

 

Il padrone lo conosco, è un uomo sui cinquanta che in questo momento sta leggendo il giornale, tenendo un capo del guinzaglio annodato al polso. Lo saluto con un cenno e poi abbasso gli occhi. Il cane è seduto tutto composto, immobile come una statua, e se sapesse parlare non potrebbe essere più esplicito: "non ci arrivo..". Faccio tintinnare il ghiaccio nel bicchiere, bevo un sorso di tonica e intanto allungo una mano. Patatina. Il boxer sa che quella patatina toccherà a lui, lo sente, ma a scanso di equivoci compie un gesto che intenerirebbe anche un muro di pietra. Spostando il peso da una zampa all'altra, apre la bocca ed emette un lamento di gola, uno stupendo uggiolìo che parte basso e poi sale in falsetto fino al mio cuore. Irresistibile. Amo questo cane, avrei voglia di morderlo. Neanche a dirlo, la patatina scompare in un millesimo di secondo nelle sue fauci.

 

Il padrone, che ignaro di tutto sta sorseggiando una birra piccola, sente uno schiocco salivoso provenire dalle parti del suo cane e abbassa il giornale per vedere cosa sta succedendo. E non so, questo boxer deve essere la reincarnazione di un attore di Hollywood, perché la sua reazione è perfetta. Sgrana leggermente gli occhi e intanto gira la testa con l'aria più innocente e sorpresa di questo mondo come a dire "ho sentito anch'io quel rumore.. ma che cos'era?". E' un mito. Nei successivi dieci minuti viene messo da parte ogni pudore. Finiamo le patatine fritte, mangiandone rigorosamente una a testa, e poi attacchiamo i dixies, provando anche qualche spettacolare presa al volo. Potremmo andare avanti a sorriderci e a divorare schifezze per tutto il pomeriggio, io e questo produttore di bava, se ad un certo punto uno dei due non venisse trascinato di forza fuori dal locale.

 

no party

 

Lo so come funziona. So ricostruire nei dettagli il meccanismo che ti porta ad essere qui sotto, davanti al mio portone, macchina con le quattro frecce e dito incollato al citofono. Hai lavorato fino alle sei e mezza, non oltre perché senti, a una certa ora basta, e hai giusto quei venti minuti liberi prima dell'aperitivo in San Babila, quindi perché non farmi un'improvvisata. Ci rientro al pelo. E ti aspetti che io scenda di corsa, è scontato, in effetti non hai alcun dubbio sul fatto che io sia capace di adeguarmi all'istante alla tua frenesia pre-serale. Mi conosci, no? Dai Fra, due passi fino al bar, sigaretta e caffè all'after eight, giusto il tempo di dirci che è tanto che non ci vediamo, che mi trovi benissimo e io altrettanto, che in ufficio sono dei pazzi guarda ti racconto questa e poi scappo, poi due baci all'aria e fine della storia.

 

So come funziona perché ci siamo viste molte volte in questo modo. Lo so perché fino a ieri ero milanese come te, in carriera peggio di te, una che gestiva in automatico i rapporti umani ottimizzando tempi e spostamenti, modificando l'agenda in tempo zero, sempre di corsa verso un luogo dove dovevo assolutamente essere in otto minuti netti. E se adesso ti raggiungessi giù al portone dovrei spiegarti cosa è cambiato in questi mesi. Qualcosa dovrei dirti per forza perché vedi, stasera non ce la farei proprio a fingere. E so già che non riuscirei a trovare le parole. Finirei per buttare lì due frasi di circostanza a proposito di un periodo un po' incasinato, guardandoti negli occhi per una frazione di secondo, già pronta a rientrare.

 

Il fatto è che non sono più capace di sostenere uno sguardo come il tuo. Così diretto e presente. Non riesco nemmeno ad ascoltarti, non ci riesco, neanche a tre piani di distanza. Ho troppi suoni che mi girano in testa, troppe parole in acqua, troppo di tutto. Dovrei spaccare un muro a mani nude e sai, a volte ci riesco anche. Ma non stasera. Tira dritto, K, e scusami.

 

C.

[...]

exit room

 

Questa sera mi sono lanciata ai fornelli. Ho preparato una vorticosa pasta al pesto mediterraneo e pomodorini che, come spesso accade alle persone che non sanno cucinare, è riuscita benissimo. Ho solo abbondato nelle porzioni, anche questo mi succede quasi sempre. Ora me ne sto seduta al computer, sigaretta tra le labbra e tazza di caffè fumante in puro stile Fra. Mi sto lentamente abituando all'atmosfera postbellica che si respira in casa. E' un momento di passaggio che vorrei gestire con grande cautela. Cerco di conferire leggerezza ad ogni mio gesto, di darmi delle regole, piccole cose, una parvenza di normalità su cui modellare le mie giornate. Mangiare, dormire, andare a correre, ascoltare musica. Ma faccio tutto con poca convinzione. In realtà sono costantemente distratta da un pensiero, qualcosa che da sensazione indefinita va trasformandosi in progetto concreto. Come un oscuro innamoramento. Non riesco a distaccarmene, è nella mia testa. E mi sorprendo a sorridere come una bambina.