il nome delle cose
Di giorno è solo un enorme deposito, buono per giocare a nascondino nelle ore di pioggia o per tenerci le biciclette. Ma quando arriva il buio, credimi, non verrebbe in mente a nessuno di entrare in quel posto. Quando arriva la sera è tutta un'altra storia.
Non c'è neanche bisogno di fare la conta, mio cugino va dentro per primo. Con le ansie da capo che si ritrova, figurati. Un attimo prima che gli altri chiudano la porta a chiave riesco a sbirciare il suo viso nervoso, e la cosa mi agita un po'. Se ha paura lui che ha già dodici anni, pensa io. "Ci vediamo dall'altra parte", gli dico. Scende i gradini e noi restiamo in silenzio per qualche istante, sperando di sentire le sue urla di terrore provenire dall'interno, sarebbe forte. Ma niente, non ci dà soddisfazione. Allora tutti di corsa in cortile, con le lampadine che proiettano sui muri ondeggianti fasci di luce, verso il portone d'uscita. C'è un clima esplosivo, siamo sovraeccitati.
"E' una cazzata, troppo facile". Doveva essere una cosa pericolosa, tipo film del terrore, doveva essere il gioco del secolo, e il primo che esce non è neanche sudato. Non è divertente come pensavamo. "Adesso una femmina!". Eccoci, lo sapevo. L'espressione di mia sorella, che sembra ancora più piccola del solito, mi fa capire che non ho scampo. Tocca a me. Posso dire che eviterei volentieri? No, non posso dirlo. Pochi istanti e sono dentro.
All'inizio sono convinta di farcela perché quel magazzino lo conosco proprio a memoria. Devo avanzare per qualche metro alla fine della scala e poi piegare a destra, quando iniziano le botti. Ne devo contare cinque. Poi ci sono tre camere senza porta e subito dopo l'arco la grande stanza del forno. Lì posso anche mettermi a correre tanto è tutto dritto. Ce la faccio.
E' il rumore della serratura che scatta a farmi prendere coscienza del buio. Non me l'aspettavo così. Dell'odore di marcio che aleggia nell'aria. Non così. Tento di resistere, di abituare gli occhi all'oscurità, cosa c'è in questo posto, ma già non sono lucida, non sono per niente lucida. Muovo qualche passo alla cieca, confusa, atterrita da qualcosa di estraneo che prende il controllo, come una coperta sporca premuta sulla faccia. Mi aggrappo alla ringhiera e resto immobile, mentre il nero mi dilaga dentro. Venite a prendermi, è il mio ultimo pensiero. Per nulla divertente.
Alla fine certe decisioni vanno prese, dunque martedì entro in clinica. E' un appuntamento che ho rimandato per tanto tempo. Un anno. O molto di più, a pensarci bene. Ora non è più possibile. Spero di tornare a casa presto.
non guardare
E' una giornata storta,
un'onda di passaggio.
La pioggia, forse.
strap on
E' facile prendere per il culo i bambini, con gli adulti la cosa diventa più complicata.
Tanti anni fa. Ti parlo di un uomo, di un perfetto imbecille a dirla tutta, a cui uno strano caso del destino aveva affidato la responsabilità di dirigere il mondo. Non occorre essere delle cime per svolgere questo compito, e infatti l'uomo se la cavava egregiamente. Forte, ottuso al punto giusto, sistematico, si impegnava nella sua missione con l'integralismo di un terrorista islamico. Ma dovevi vederlo. Il suo tratto distintivo era una presunzione smodata che lo faceva camminare a tre metri da terra, perché sai, io comando, perché non posso distrarmi neanche per un attimo, perché senza di me le cose andrebbero subito a puttane. E anche da fuori te ne accorgevi, non potevi non accorgertene, di questa immensa erezione mentale che si portava appresso sempre e dovunque.
Un giorno questo potentissimo scemo ebbe una figlia, e poi ne ebbe un'altra. La prosecuzione della stirpe, sai, sono cose importanti. Ma se c'era una cosa che lo faceva incazzare, anno dopo anno, era proprio rientrare a casa e incrociare lo sguardo di due creaturine che con tutta evidenza non lo riconoscevano. Non dico come dirigente del mondo, cosa vuoi che ne capiscano a quell'età, ma neanche come padre. Ai loro occhi lui era un banalissimo estraneo. Uno qualunque. Eh no, porca troia. Allora l'uomo, abituato a spostare l'asse di rotazione terrestre con un telecomando, decise di risolvere il problema. In questo genere di cose era bravo, sapeva organizzarsi. Che vuoi che sia.
Disse alla cameriera di andare a cercare la sua collezione di fotografie autografate, quella degli attori americani, quattro volumi rilegati in pelle, devono essere da qualche parte qui in casa, quegli album del cazzo. E quando li ebbe fra le mani, si sedette accanto alla figlia più grande e iniziò a raccontarle una favola. Lentamente, usando le parole giuste, mettendoci calore. Una favola di cui, ovviamente, lui stesso era protagonista. Disse alla figlia che lui da bambino andava pazzo per il cinema e per i film di Hollywood. Le parlò di un amore che prende allo stomaco, le parlò di passione e di sogni. Di quando chiese alla nonna di tradurgli in inglese una lettera da mandare alle case di produzione americane e delle risposte che iniziarono ad arrivare.
Le parlò di gioia, di gioia che esplode dentro, le mostrò la fotografia di Montgomery Clift, la prima in assoluto che aveva ricevuto, traducendole la dedica. A Fabrice. Quel bambino ero io, ero io... così le disse. Nei giorni successivi l'uomo completò pazientemente il lavoro, sfogliando una ad una tutte le pagine degli album e continuando a parlare. Trame di film, nomi di registi e di attori, in un intrecciarsi fantastico di dive, amori impossibili, gladiatori e dolce vita. Alla fine l'uomo guardò la figlia di cinque anni negli occhi e riconobbe una luce diversa, la luce che cercava. E soddisfatto si allontanò, per sempre. E' davvero facile prendere per il culo i bambini.
Ieri, casa dei miei. Attraverso il lungo corridoio diretta alla quarta porta a sinistra. Una luce perfetta, pannelli di legno scuro alle pareti, un forte odore di polvere nell'aria. Lo studio è l'unica stanza della casa che mi piaccia, a patto che sia completamente a mia disposizione. Come adesso. Nella libreria, proprio in alto, ci sono quattro album fotografici con la copertina in pelle. Devo sempre usare la scaletta per arrivarci. Chiudo gli occhi e li annuso, prima di aprirli. C'è una fotografia per pagina, due al massimo, e sotto una notazione scritta a mano con calligrafia regolare. Paul Newman, giugno 1958. Rock Hudson, novembre 1959. Centinaia di volti scorrono davanti ai miei occhi, uno dopo l'altro, giovani e sorridenti nel loro mondo in bianco e nero.
Riconosco molti di loro. Ricordo tutte le storie. Liz Taylor, la donna dagli occhi viola. C'è anche Marylin all'inizio del terzo album, la sua firma con dedica. A Fabrice. Amo questi volumi, mi appartengono. Mia madre mi intercetta quando sono ormai alla porta di ingresso e, con il suo sesto senso, nota subito lo zaino dove ho nascosto gli album. "Dove vai con quello zaino, Francesca?" "Parto per l'Honduras. Faccio la riserva per l'isola dei famosi". E' un furto in piena regola, niente di più semplice per una come me.
These beautiful faces come flying toward me like angels...
elsewhere
- A cosa stai pensando?
- Niente.. non penso a niente.
- Tutto a posto? Avevi un'espressione strana.
- Sto bene, giuro. Sono qui.
your dead mind
Il mio ciclo del sonno adora le montagne russe e, dopo settimane di invincibile letargo, da un po' di tempo mi impone di dormire due ore per notte. Qualcuno lassù si diverte a testare il mio livello di sopportazione, è evidente. In attesa che la situazione migliori o anche no, passo le mie notti a studiare. Imponendomi ritmi severi, con la massima concentrazione di cui sono capace, chiudo a chiave la mente per lasciare fuori il buio. Aggredisco i libri con la tecnica delle cinque letture concentriche dei tempi dell'università. Segni di evidenziatore sparsi per il corpo e odore di grafite sulla punta delle dita. Studio e assumo farmaci, come dire che apprendo e vanifico all'istante gran parte dei miei sforzi. Ma il piacere dell'approfondimento compensa la frustrazione di dover rileggere daccapo ogni dieci minuti. Ho la pazienza per farlo, cerco di non scoraggiarmi. Scrivo a margine, traccio freccine e collegamenti, spillo sull'angolo delle pagine schemi di flusso. Qualsiasi cosa possa tenermi agganciata. Cartelli segnaletici per il mio cervello: fra, you are here..
affinità elettive
Non so resistere ad uno sguardo implorante, soprattutto se lo sguardo in questione è quello di un cane che vuole le patatine.
Ho pagato le mie marlboro lights e sto per uscire dal bar, quando lo vedo. Sotto al banco degli aperitivi c'è un boxer color miele tenuto al guinzaglio. E al di là del fatto che io adori i boxer oltre ogni ragionevolezza, sono i suoi occhi a catturarmi. Non so come abbia fatto a notarmi tra la folla ed a riconoscere in me una possibile alleata, ma questo cane è in preda ad un travolgente attacco di golosità, si vede benissimo che darebbe la vita per UNA patatina, e con lo sguardo mi sta dicendo "ti prego, aiutami..". Resisto per mezzo secondo al suo richiamo, poi aggiungo al conto delle sigarette un'acqua tonica e mi dirigo verso il bancone.
Il padrone lo conosco, è un uomo sui cinquanta che in questo momento sta leggendo il giornale, tenendo un capo del guinzaglio annodato al polso. Lo saluto con un cenno e poi abbasso gli occhi. Il cane è seduto tutto composto, immobile come una statua, e se sapesse parlare non potrebbe essere più esplicito: "non ci arrivo..". Faccio tintinnare il ghiaccio nel bicchiere, bevo un sorso di tonica e intanto allungo una mano. Patatina. Il boxer sa che quella patatina toccherà a lui, lo sente, ma a scanso di equivoci compie un gesto che intenerirebbe anche un muro di pietra. Spostando il peso da una zampa all'altra, apre la bocca ed emette un lamento di gola, uno stupendo uggiolìo che parte basso e poi sale in falsetto fino al mio cuore. Irresistibile. Amo questo cane, avrei voglia di morderlo. Neanche a dirlo, la patatina scompare in un millesimo di secondo nelle sue fauci.
Il padrone, che ignaro di tutto sta sorseggiando una birra piccola, sente uno schiocco salivoso provenire dalle parti del suo cane e abbassa il giornale per vedere cosa sta succedendo. E non so, questo boxer deve essere la reincarnazione di un attore di Hollywood, perché la sua reazione è perfetta. Sgrana leggermente gli occhi e intanto gira la testa con l'aria più innocente e sorpresa di questo mondo come a dire "ho sentito anch'io quel rumore.. ma che cos'era?". E' un mito. Nei successivi dieci minuti viene messo da parte ogni pudore. Finiamo le patatine fritte, mangiandone rigorosamente una a testa, e poi attacchiamo i dixies, provando anche qualche spettacolare presa al volo. Potremmo andare avanti a sorriderci e a divorare schifezze per tutto il pomeriggio, io e questo produttore di bava, se ad un certo punto uno dei due non venisse trascinato di forza fuori dal locale.
no party
Lo so come funziona. So ricostruire nei dettagli il meccanismo che ti porta ad essere qui sotto, davanti al mio portone, macchina con le quattro frecce e dito incollato al citofono. Hai lavorato fino alle sei e mezza, non oltre perché senti, a una certa ora basta, e hai giusto quei venti minuti liberi prima dell'aperitivo in San Babila, quindi perché non farmi un'improvvisata. Ci rientro al pelo. E ti aspetti che io scenda di corsa, è scontato, in effetti non hai alcun dubbio sul fatto che io sia capace di adeguarmi all'istante alla tua frenesia pre-serale. Mi conosci, no? Dai Fra, due passi fino al bar, sigaretta e caffè all'after eight, giusto il tempo di dirci che è tanto che non ci vediamo, che mi trovi benissimo e io altrettanto, che in ufficio sono dei pazzi guarda ti racconto questa e poi scappo, poi due baci all'aria e fine della storia.
So come funziona perché ci siamo viste molte volte in questo modo. Lo so perché fino a ieri ero milanese come te, in carriera peggio di te, una che gestiva in automatico i rapporti umani ottimizzando tempi e spostamenti, modificando l'agenda in tempo zero, sempre di corsa verso un luogo dove dovevo assolutamente essere in otto minuti netti. E se adesso ti raggiungessi giù al portone dovrei spiegarti cosa è cambiato in questi mesi. Qualcosa dovrei dirti per forza perché vedi, stasera non ce la farei proprio a fingere. E so già che non riuscirei a trovare le parole. Finirei per buttare lì due frasi di circostanza a proposito di un periodo un po' incasinato, guardandoti negli occhi per una frazione di secondo, già pronta a rientrare.
Il fatto è che non sono più capace di sostenere uno sguardo come il tuo. Così diretto e presente. Non riesco nemmeno ad ascoltarti, non ci riesco, neanche a tre piani di distanza. Ho troppi suoni che mi girano in testa, troppe parole in acqua, troppo di tutto. Dovrei spaccare un muro a mani nude e sai, a volte ci riesco anche. Ma non stasera. Tira dritto, K, e scusami.
C.
[...]
exit room
Questa sera mi sono lanciata ai fornelli. Ho preparato una vorticosa pasta al pesto mediterraneo e pomodorini che, come spesso accade alle persone che non sanno cucinare, è riuscita benissimo. Ho solo abbondato nelle porzioni, anche questo mi succede quasi sempre. Ora me ne sto seduta al computer, sigaretta tra le labbra e tazza di caffè fumante in puro stile Fra. Mi sto lentamente abituando all'atmosfera postbellica che si respira in casa. E' un momento di passaggio che vorrei gestire con grande cautela. Cerco di conferire leggerezza ad ogni mio gesto, di darmi delle regole, piccole cose, una parvenza di normalità su cui modellare le mie giornate. Mangiare, dormire, andare a correre, ascoltare musica. Ma faccio tutto con poca convinzione. In realtà sono costantemente distratta da un pensiero, qualcosa che da sensazione indefinita va trasformandosi in progetto concreto. Come un oscuro innamoramento. Non riesco a distaccarmene, è nella mia testa. E mi sorprendo a sorridere come una bambina.
dimmi come stai
L'insonnia mi conduce per mano ad un nuovo giorno ed io esibisco la mia faccia dura. Respiri e contrazioni, un budino al cioccolato, pensieri destrutturati. Le ore scivolano via neanche fossi in skateboard. Accendino. Riordino le carte e saltano fuori un segnalibro rosa e il foglietto illustrativo dello zoloft. Perfetta descrizione della mia vita, non saprei aggiungere altro. Misty è stata chiusa dentro a chiave, sussurra Palahniuk. Cosa vuoi che sia, amico, anche a me succede spesso.
notte
Vorrei silenzio, non questo dolore incessante, questa processione di sogni infranti, questo loop ossessivo, invischiata in una vita di attese, esistenza in proiezione, guardarsi avanti e indietro e dentro, e dentro, senza posa, senza distanza, con la voglia di farsi male, stupida coscienza, infantile paura della tenerezza, desiderio di un abbraccio, non questo frastuono di dubbio, questo lago di sangue, il credersi destinati al massacro. Vorrei silenzio per la stanchezza che provo, per il sonno che non arriva, per il tempo passato a sfibrarmi in cerca di risposte, per i momenti in cui vorrei cambiare tutto, da un secondo all'altro, ora ti prego subito, e sentire una voce che mi rassicuri, e credere nell'arrivo di un vento forte, di quelli che spazzano via ogni paura, di quelli che ti riportano a casa. Vorrei un cuore capace di corrermi avanti, che mi lasci con un vuoto nel petto per tutto il tempo necessario, un cuore capace di corrermi avanti, che voli oltre, guardando in basso, oltre questo buio, oltre finchè c'è buio, il mio cuore ingannatore del tempo, maratoneta instancabile, portatore di speranza. Ho visto un domani luminoso, l'epilogo di una lotta dissennata. E me che ti battevo in petto. E il sapore di un sangue nuovo e il tuo sorriso, ho visto. Vorrei un cuore capace di tornare indietro, per darmi coraggio.




