loss of voluntary control
Sono attimi di fuoco. Finestre, lame di luce. Sono punti di corrosione. Quando accade, mi sento pervadere di elettricità, un sapore estraneo tra la lingua e il palato. Istantaneamente attiva – click on – mi muovo in una direzione, alla tastiera del computer, e poi in un’altra, a respirare l'aria diversa della terrazza. Mi trovo per strada a cercare altri occhi, altri colori. E dico a me stessa ecco, santo dio, adesso. Resta qui. Quando accade, ci sono nuclei di concretezza di colpo presenti in forma di maniglie e insegne e volti, ombre sull’asfalto, voci. Ci sono punti di equilibrio, così solidi da poterli toccare, e vuoti che si riempiono sotto i miei occhi accesi. Resta qui.
Ieri ho fatto spese. La giacca dello smoking mi piace moltissimo, in forte contrasto con i bracciali e i jeans. Oggi sarò assolutamente credibile, lì fuori. Una persona come qualsiasi altra. Ricordarsi di respirare normalmente, nascondere gli occhi, controllare i gesti. Quante volte posso morire in una sola vita, spesso me lo domando. Quante rinascite verranno ancora, a disturbare il mio declino. Per un’ora, un giorno, giusto il tempo di un’illusione.
effe
Mi ero svegliata ed eccola lì, la coperta nuova. Bellissima. Con il cielo stellato, gli orsi in pigiama e tutto. Allora era vero. Perché la sera prima, quando la tata mi aveva raccontato la storia della matita magica, io non ci avevo creduto. Un po’ ci avevo creduto, in realtà, ma non del tutto. Tre desideri, uno per ogni stellina disegnata sulla matita d’argento. Devi concentrarti e dire il desiderio ad alta voce, prima tu da sola e poi lo ripetiamo in coro. E io, non so. Sì, era una bella matita, proprio come ti immagini una matita magica a cinque anni, ma addirittura la coperta con gli orsi.. Troppo. E invece aveva funzionato. Tanto che per tutta la mattina, dopo l’incantesimo notturno, avevo sfilato per casa completamente avvolta in quella coperta enorme, caldissima, che faceva ridere solo a guardarla.
Dopo qualche mese decidemmo di usare il secondo desiderio. Perché dal mio armadio, durante la notte, uscivano delle ombre e io non riuscivo a dormire. Allora, al momento di spegnere la luce, ci mettemmo in posizione di combattimento. Io sotto le coperte, con la matita magica stretta fra le mani, e la tata accanto a me. Abbracciate strette. C’era una filastrocca da dire, non la ricordo più ma so che c’era, e poi a turno si doveva raccontare una favola. Solo così la magia funzionava. E funzionò, per la seconda volta. Niente più ombre strane, da quella sera in avanti.
Poi sai, i miei genitori non si affezionavano alle persone che lavoravano in casa nostra, e la tata fu sostituita senza tante storie. Da un giorno all’altro, scomparve. E io, senza di lei, non ho mai trovato il coraggio di utilizzare la terza stellina. Qualche volta ci sono andata vicina, un anno dopo soprattutto. Ma niente, sentivo che non ce l’avrei fatta, da sola. Per certe cose bisogna essere in due. Però la matita ce l’ho ancora, ovviamente. Mai temperata, con la sua patina color argento ancora intatta. Magica.
zona di separazione
Sono ammantata da un tossico velluto. Ogni cellula del mio corpo, ogni fibra, terminazione nervosa. Procedo a rilento. Mi interrogo e perdo il filo, nello stesso istante. Dietro un vetro opaco si agitano delle sagome indistinte, salgono in spirali. Non ne subisco più il richiamo, non da dove mi trovo. Eppure. Ogni tanto colgo un movimento, il contorcersi di una spira. Verde, viola. Con la coda dell’occhio. Fotogrammi sbiaditi, la memoria di qualcun altro. Non sono i miei fantasmi. E lo sono. Dietro al mio vetro opaco.
stronger than
Sono più forte dei miei giorni. Li guardo da fuori, quando non si accorgono della mia presenza, ne studio il ritmo, sai, la consistenza. Osservo la loro irresolutezza, li vedo oscillare come in una danza appena accennata, liberi da ogni responsabilità, lontani anni luce da qualsiasi idea di senso. Mi irrito per la loro debolezza, di quanto siano pallidi, scoloriti, arresi all’ovvietà. Sconfitti.
In passato mi sono logorata in un gioco quotidiano di sguardi, interrogando il mio tempo con la pazienza di una madre, con la rabbia di un’amante delusa. Con l’energia di chi crede possibile un cambiamento. Oggi percorro un sentiero di neutralità, ripagando i miei giorni con la moneta dell’indifferenza. Quando mi stanco del loro ingombro, li raduno in mucchietti, come se fossero banconote del monopoli, e li metto via. Semplicemente, me ne dimentico. Sul fondo di un armadio, nella tasca posteriore dei jeans, sotto al modem. Per sempre lontani.
Oggi, quando penso ai miei giorni passati, li immagino persi in un’oscurità indefinita, tenuti insieme da un elastico riciclato. Ancora presi a parlarsi tra loro, dopo tanto tempo. A raccontarsi storie senza significato, eternamente uguali. Di amori sbagliati, di una vita buttate al vento. Di una ragazza che aveva perso
la parola manicomio
Ho chiesto: “E’ buono, amico?”
“E’ amaro amaro”, ha risposto.
“Ma mi piace
perché è amaro
e perché è il mio cuore”.
SC
Fuori.
C’è una donna in piedi al centro del soggiorno. Indossa una camicia bianca con le maniche arrotolate fino al gomito e ha i piedi nudi, come sempre quando è sola in casa. Non è che stia facendo molto, in realtà. Apre i cassetti della madia, uno alla volta, poi la cassapanca sotto la scala a chiocciola. Conta i libri che colorano la parete di fondo, leggendo i titoli ad alta voce. Cose così. Del telefono che squilla a lungo nell’altra stanza, sembra non accorgersi nemmeno. La diresti concentrata sulle sue cadenze, rapita dalla meccanicità di ogni gesto. Assente, ecco. Se tu fossi nella sua testa, potresti riconoscere i tratti di una decompressione emotiva in corso. Sensazioni, suoni, frammenti di paura, stato – ogni cosa sospinta ai margini di un incerto fulcro. Ma così, vista dall’esterno, appare semplicemente distratta, persa in un pensiero vagamente piacevole.
Dentro.
14 Febbraio.
La solitudine, in questa parte della mia esistenza, è un bisogno primario. Vivo la gente che mi circonda come una dissonanza. Il rumore, l’imposizione di un diverso ritmo. Dov’è la libertà di scelta di cui mi parlano, io non capisco. Mi scopro costantemente affamata di assenza, cerco gli angoli morti, mi nutro di sospensione. Perché i miei pensieri hanno bisogno del vuoto assoluto per trovare la loro completezza, e qui esiste una serie infinita di ostacoli, di spigoli umani, di interferenze su cui fatalmente finisco per infrangermi. Lo so che non va bene. E sto lavorando tanto su questo disagio, ma ho l’impressione di farlo per i motivi sbagliati. Per istinto di sopravvivenza, per dilatare la mia capacità di sopportazione. Ripeto a me stessa di concentrarmi sull’essenziale. Mi impongo di inscrivere ogni prospettiva possibile in un quadro di ventiquattro ore. Il mondo esterno, semplicemente, non esiste.
23 Febbraio, pennarello nero.
Guardo la mia mano, la linea dell’avambraccio, e intanto penso. Che dovrò adottare ogni cautela. Adotta. Ogni. Cautela. Lascio che questa immagine mi scorra tra le dita come sabbia.
25 Febbraio, squarcio viola.
Vogliono tutto, asfaltano ogni pudore. Parole, sguardi, sangue. Giocano su queste variabili applicando oscure alchimie, teorizzando sul valore dell’osservazione e della manipolazione chimica. In cambio offrono soluzioni che scardinano l’ordinata del mio tempo con una noncuranza che mi piega in due dal nervosismo. Sento un dolore che è quasi fisico, al centro del petto. Il fatto di non poter parlare con un medico che condivida il mio senso di urgenza, che dimostri una uguale determinazione, mi fa soffrire enormemente. Dicono che mi nascondo. Che ho il potere di scomparire a me stessa, al mondo. Ma guardatemi, cristo. Io voglio essere spinta oltre, non chiedo altro. Ho bisogno di un filo a cui aggrapparmi. Qualcosa che sia anche sottile come una lastra di vetro, ma che mi sostenga. Che mi sostenga un pochino. Ho i nervi a pezzi, la calligrafia impazzita. Rifiuto il cibo da tre giorni, mi alimento di pura ostilità.
4 Marzo, mi ricordo.
Urlare fino
A strapparmi di dosso
Questa pelle.
Vorrei cambiare la metrica di un haiku imperfetto. Sai, rispettare le regole. Mi spacco la testa da mezz’ora, ma non riesco a pensare ad un verso conclusivo di cinque sillabe. Non possiedo il necessario distacco, non sono più capace. In questa giornata di assoluta merda, vuota come lo sono io, il significato travalica ogni possibile forma. Questa pelle. Questa pelle. Non so come altro dirlo.
16 Marzo.
La mia nuova casa si chiama zona di separazione.
Ora.
Il primo giorno ho camminato lungo il corridoio di decompressione che separa il mondo reale dalla zona degenti. Nove settimane dopo ho compiuto lo stesso percorso a ritroso, da dentro a fuori. Oggi rifletto sul tempo trascorso tra questi due eventi. Profondità e durata. Rifletto sull’autenticità delle risposte che mi sto dando, alla ricerca di un equilibrio tra verità e desiderio di protezione. Sul senso di un’immane fatica. Per essere presente, per resistere alla tentazione di rifugiarmi in un luogo dove nessuno avrebbe potuto raggiungermi. Non so cosa sia rimasto di me. So che ho scritto ogni giorno, due quaderni fitti. Non ho mai riso, qualche volta ho pianto. Ho vissuto, credo. Meglio che potevo.



