Quando vedi la luce rossa sei in onda

perchè non sia un'ibernazione

 

Tutti credono che i pensieri siano il mio punto debole, ma sono le parole ad esserlo. Quando mi decido ad usarle, piccole sequenze di rappresentazione, non posso fare a meno di ridere della loro inadeguatezza. Le mie parole vanno bene per i concetti semplici, quelli di prima pelle: ho fame, ho sete, fa caldo in questa stanza. Per tutto quello che si muove sotto la superficie, parlare equivale ad un tradimento. Ecco perché preferisco il silenzio. Credo che in questo black out generale - classica situazione da mani nei capelli: Da dove cazzo comincio? - la semplicità sia l'approccio più efficace. Credo che sia più facile educare le parole che il pensiero, sperando che una cosa contagi positivamente l'altra. E allora, per ricollegare l'isola al continente, mi sono data l'obiettivo di ritrovare le parole che ho perso. Ecco una buona etichetta per il viaggio che mi appresto a compiere, diventerò una word seeker - una cosa molto carina da dire in inglese, mi piace. Il passo successivo è decidere cosa mettere in valigia. Che poi sarà uno zaino.

 

Al di là degli oggetti di prima necessità, che occuperanno uno spazio esiguo nel mio bagaglio, il criterio di selezione è semplice: porterò con me solo cose capaci di darmi coraggio. Libri, appunti, il mio cucchiaio preferito, qualche mail che ho già in mente, una scatolina che mi piace annusare, la maglietta blu a maniche lunghe, tre quaderni nuovi a spirale, il mio nanetto iPod e chissà cos'altro. Devo selezionare. Perché sarò lontana da casa, perchè mi sentirò tremendamente lontana da casa. Perché dovrò inventarmi tutto. E vorrei essere preparata a quei momenti - che arriveranno, già lo so - in cui chiudere gli occhi non sarà sufficiente. Ma io sono brava in questo. Ho trascorso una vita ad interrogare quello che mi circonda, so che alcuni oggetti mi parlano e altri no. E il mio zaino è molto capiente. Sarò pronta.  

 

Stanotte il mio sonno era agitato. C'era un vento cattivo che mi entrava in casa e colorava tutte le pareti di arancione. Il colore della morte, nel sogno. Io correvo da una stanza all'altra per chiudere le finestre, in un frastuono da tempesta che ho ancora nelle orecchie. Ma non c'erano le maniglie, solo i buchi delle viti e un'impronta più chiara sul telaio di legno, così il vento finiva per prendersi tutto. Mi sono svegliata con questo senso di arancione addosso, il piumone scagliato via a tre metri dal letto. Il mio inconscio manifesta un disperato dissenso per la piega che stanno prendendo gli eventi, ma non voglio lasciarmi condizionare. Spero solo di dormire meglio, nelle notti che mancano alla partenza.

 

 

 

  

Scritto ascoltando "L'aura - Irraggiungibile"

 

 

haiku, 5-7-5

 

   

 

Lampi di realtà

Squarciano i miei sogni

Diverso specchio

 

 

 

 

 

Oggi V ha lasciato la clinica, l'ho saputo poco fa.

Dopo mesi di fatica, di silenziosa applicazione.

Pochi giorni prima del mio ritorno.

Questa cosa mi fa vibrare di gioia, da lontano.

 

 

5 cose

"Five things you don't know about me"  consiste nel descrivere 5 piccole cose non note al grande pubblico riguardante se stessi e di linkare altri blogger per proseguire la catena.  

 

Ringrazio la dolce Cassandra, che ha stretto intorno al mio collo la catena lanciata da Leonardo. E ovviamente non mi sottraggo al gioco :-) Ecco le mie 5 piccole cose: 

1. Riesco a muovere autonomamente ogni singolo dito del piede sinistro. Con il destro non sono capace, per motivi che sfuggono alla mia comprensione.

2. Mi piace leggere ad alta voce. E' una cosa che faccio per me stessa, non ho bisogno di ascoltatori. A volte ricaviamo piacere dalle cose più strane, è proprio vero..

3. In fatto di cibo ho gusti un po' bizzarri. Per esempio, trovo normale mangiare insieme sgombri e cioccolato. Suscitando immancabilmente l'orrore degli commensali.

4. In compagnia sono quella che chiede sempre: Scusa mi hai chiamato? (Risposta: ah io no..) Oppure: Ma c'è un bambino che piange nell'altra stanza? (Risposta: ma quando mai?). Sono dotata del super-udito, è evidente.

5. Mi commuovo per le cose più futili. Fino alle lacrime. 

 

Passo la palla alla Sissi, titolare del prestigioso Atelier Colette: http://atelier-colette.leonardo.it/blog

ad Alessandra, mamma dei gatti di Alice: http://igattidialice.leonardo.it/blog

e, anche se in ritardo, a Marta: http://nynphe.leonardo.it/blog

 

enjoy the silence

 

Nulla passa senza traccia, neanche il nulla. Dal retro di copertina di un libro della Nothomb queste parole sono rimaste a galleggiare nell'aria per giorni, in un angolo del soggiorno tra la scala e la porta finestra, finchè mi sono decisa ad afferrarle per la colonna dell'autocoscienza. Che poi è quel lungo elenco sotto la voce categorie del blog - la prima volta l'ho chiamata così per scherzo, credo con la Sis, e si sa che il destino di certe definizioni improvvisate sia quello di durare per sempre. Nulla passa senza traccia. Mi piace il suono di queste parole, il senso che evocano in questa sequenza. Pensavo a qualcosa di molto simile oggi pomeriggio, intenta a tormentare con un dito i punti della ferita al ginocchio. Cercavo di indovinare la forma esatta della futura cicatrice e pensavo: Sarà la traccia del mio periodo di silenzio. Sotto il gonfiore che va attenuandosi già si legge la promessa di un segno indelebile, largo e trasversale. Un segno che dovrà faticare per guadagnarsi il riposo fra le mille tensioni delle mie articolazioni. E se è come sembra, la nuova cicatrice andrà ad intersecarne altre due, frutto dello storico incidente in moto, con esattezza millimetrica, fino a formare un disegno di grande suggestione. Come un sentiero interrotto da un tronco di traverso, o una diga. Come il disegno di un bambino che lascia a metà la sua casetta per inseguire un nuovo gioco.  

 

 

haiku, 5-7-5

 

 

Rossa di sangue

Là dove fa più male

Insensibile

 

 

 

 

la giusta direzione

 

No, perché essere sprovvisti del senso dell'orientamento è una cosa fastidiosa. Più per gli altri che per me stessa, visto che sono abituata a perdermi da sempre, con l'ostinazione di chi certe cose le fa per dono di natura. Sono gli altri a non capacitarsi, a interrogarmi con una luce di incredulità negli occhi: Ma com'è possibile? E io racconto che è una vita che torno a casa seguendo le frecce "centro città", che se i miei avessero abitato in periferia sarei finita a dormire sotto un ponte a giorni alterni. Che è una questione ereditaria  - Tu sai dove siamo? Ah no io no, si sono detti per anni i miei genitori; un antidoto contro il silenzio coniugale, se ci si pensa - e  che posso perdermi anche sotto casa, se mi distraggo proprio per bene. Quando sono di buon umore ho mille aneddoti da raccontare sull'argomento, come quella volta che non riuscivo più a ritrovare la macchina al vecchio Palatrussardi - c'era il concerto degli Skunk Anansie, una folla oceanica - e costrinsi i miei amici ad aspettare due ore a motore spento finchè la mia macchina non fu l'ultima rimasta nel parcheggio. Fra, ti ricordi almeno a che piano? No, non mi ricordo. Questo se sono in buona, altrimenti rispondo con un grugnito minaccioso e chiudo il discorso.

                            

Anni fa una mia amica prendeva il treno tutti i fine settimana per passare due giorni con me, e passeggiare per le vie del centro era la cosa che facevamo più volentieri insieme. Sì, insomma. E io andavo a colpo sicuro, sai via Dante o due passi in galleria, dove se ci si perde basta alzare gli occhi ed ecco il Duomo a rimettere le cose a posto. Solo che poi mi distraevo, per un discorso appassionante o semplice vizio di carattere, e puntuale arrivava la sua domanda: Francesca, sai dove stiamo andando, vero? Alla fine era diventato un gioco, mi piaceva da morire prendere subito quell'aria compunta e dire cose come: Certo che lo so, stiamo andando a quel cestino dei rifiuti lì in fondo, volevo fartelo vedere. E lei si faceva portare per davvero, al cestino dei rifiuti, e io le raccontavo una storia. Di come anni prima uno spazzino ci avesse trovato dentro un prezioso manoscritto tutto accartocciato, roba rara, e io ero una delle poche a conoscere la vicenda perché sai, quando ci si sa muovere per la città, cosa vuoi, nulla sfugge. Nel tempo mi sono inventata intricati racconti su qualsiasi cosa, su un palo della luce, un sassolino per terra. Su un gabinetto pubblico, una volta. Perdersi non è una brutta cosa con certe persone accanto, l'ho sempre saputo questo. Oggi mi smarrisco da sola quasi sempre, e di storie sui pali della luce non me ne vengono più in mente.

 

 

 

 

pauraedesiderio

 

Due fuochi. Segnano i miei pensieri, entrano nei sogni. Mi stancano. Come una graffetta presa tra due magneti, vivo sospesa in una tensione irrisolta. Un giorno e poi un altro. Catturata dalla potenza di un'opposta attrazione, rimango immobile. [Tu mi guardi e non riesci a vedermi. La tua voce reclama determinazione. Vorresti gesto, normalità. E di fronte al mio sguardo vuoto alla lunga ti stanchi. Mi lasci indietro.]

 

Esiste una linea di percorrenza dentro di me, uno stretto sentiero che mi attraversa per intero. Passa per la pancia e arriva al cuore. Più su, fino alla testa. Fra desiderio e paura, è il mio equilibrio. Il mio stato di grazia. In certi momenti riesco a camminare lungo questo sentiero. A volte è la musica a trasportarmi, o un ricordo. Una tregua. E sono attimi che tolgono il fiato. Vedere me stessa, la persona che potrei essere, così semplice e intatta, mi dà grande coraggio. Quando accade chiudo forte gli occhi, come se imprimendo nella memoria le forme di un possibile futuro potessi ritrovare più facilmente la strada. E' questo. E la nostalgia di quel luogo mi logora, adesso.

 

 

 

let's go party - pagina 3 di 12

 

dopo ore di ragionamenti. Un crollo istantaneo e del tutto illogico, da prendersi a sberle. Fatto sta che alle otto e mezza scendo al bar di corsa, un attimo prima che chiuda. E da un momento all'altro mi ritrovo in strada, con un Ferrari da 15 euro in mano e l'atroce retropensiero che non esiste al mondo peggiore sfigata di una che brinda da sola al nuovo anno. Tacendo dell'ancor peggiore retropensiero "e la sfigata in questione sei tu..".

 

E tutto questo perché? Non certo per una questione di rispetto delle tradizioni, di cui me ne frego altamente, o per chissà quale contagio festaiolo. E' che avevo la sensazione che mi sarei sentita MENO sfigata se avessi avuto qualcosa da stappare allo scoccare della mezzanotte. Neanche tanto tortuoso come ragionamento, in fondo. Semplicemente stupido. Perchè poi la cosa ti sfugge di mano. Perchè se decidi di celebrare il capodanno con un brindisi - anche se si tratta di un brindisi "coppa/aria" - non puoi mica farlo in jeans e a piedi nudi, e neanche usare i bicchieri della nutella se è per questo. Cogliona.

 

Così per due ore nel mio appartamento è tutto un fiorire di spazzolini da denti, doccia, cremine viso/corpo, asciugacapelli a tutta potenza, sigarette defatiganti, corse al piano di sopra per vestito e scarpe, tovaglia rossa di lino grezzo e coppa di cristallo pronta sul tavolo. Con Carlo Conti che fa il conto alla rovescia su raiuno e dice meno tre meno due meno uno, auguri. Auguri a tutti. Ho dovuto stappare lo spumante -  un rumore inquietante in una stanza semivuota - per poter finalmente chiudere questa serata del cazzo. Dio santo. Il giorno in cui capirò perché mi sottopongo