Quando vedi la luce rossa sei in onda

dove stai di casa

 

Il mio sguardo è assediato da ogni parte. Carrelli stracarichi, bambini, zaini, tassisti abusivi, comitive orientali. C’è chi è in ritardo, chi non lo è ma vuole assolutamente fare una sosta al duty prima di imbarcarsi. Una ragazza mi guarda in faccia e dice o piscio o muoio. Non la reggo questa cosa, il desiderio di girarmi e tornare a casa mi fa saltellare sul posto. Alla fine trovo rifugio in una toilette. Lavo il viso con l’acqua fredda, bagno la fronte, i capelli. L’immagine riflessa nello specchio mi fa sembrare una profuga emersa dalle acque. Non sono messa bene. Ma poi, gradualmente, le cose migliorano. Respiro, riprendo il controllo. Stupida che sono. Posso farlo, certo che posso. Così riesco a partire. Durante il volo - il primo dopo quattro anni, sono molto contenta - ascolto un po’ di musica. Mangio i salatini, bevo la mia aranciata. Una volta a terra, dico al tassista di portarmi direttamente in clinica. Penso di restarci per poche ore, saranno tre settimane. In un reparto che non conosco, per pazienti in transito.

 

.....


La mia richiesta di incontrarla crea una linea di panico che, partendo dalla caposala, arriva fino in direzione. Non mi è permesso fare visita alle lungodegenti. E non devo considerarmi una visitatrice lì dentro, cosa mi sono messa in testa. La discussione si prolunga, io sono pronta a dare fuori di matto. Alla fine, incredibilmente, riesco a spuntarla. Venti minuti in una saletta con la porta aperta, non ci è consentito altro. Mi va benissimo.

 

Prima di entrare respiro a fondo due o tre volte, mi pettino con le mani. Lei è lì, come la ricordo. Gomiti e ginocchia. Contromovimenti. Occhi. Le hanno tagliato i capelli cortissimi, è tutta occhi adesso. Mi dice raccontami qualcosa. Per un attimo la vedo smarrirsi, come in un'interferenza di fondo, e poi ancora, raccontami qualcosa. Quando c’è il sole, vado giù al negozio degli arabi e mi faccio preparare un panino con il kebab. Sai, con la cipolla e tutto. E lo mangio in strada, proprio sul marciapiede, con le salse che gocciolano per terra. Non so perché le racconti questa cosa, fra tutte quelle che potrei. V. ascolta e poi sorride, nel suo modo storto. Sei venuta a trovarmi, dice. E io annuisco, girando la testa, e vorrei. Soltanto. Piangere. Per la rabbia che sento. Per i lividi che segnano le sue mani, strette tra le gambe. Vorrei prenderla e portarla via con me, solo questo. Sottobraccio, come un pacchettino.

 

 

 

 

A chi mi vuole bene.

 

 

appunti dall'oltrespazio

 

Sul mio letto sono impresse tracce di gomiti e testa e ginocchia, di libri letti di spigolo, colazioni da campo, sguardi di pura perplessità e lampi notturni. Come se qualcuno – Francesca – avesse campeggiato per giorni in questo letto, in attesa di non si sa bene cosa. Come se. Giro la testa di tre quarti contemplando le condizioni in cui versa la camera, superficialmente inorridita e consolata, insieme, dall’idea che non ci sia nessuno a condividerne la vista. Riordinare è soprattutto un gioco di luce, ripeto a me stessa –  aria e luce da rimettere in circolo, il resto è pura conseguenza – ed è questo pensiero a strapparmi all’inazione. Un gesto dopo l'altro, tutto riprende a fluire. Come se nulla fosse accaduto.

 

amami

 

E la neve diventerà più bianca e le ombre sorgeranno dalle montagne e farà caldo… sì, farà caldo… le ombre rimarranno ma la luce lunare sarà calda. Tienimi stretta. Amami. Amami e basta.

(Hubert Selby jr.)
  

E’ chimicamente inspiegabile. Io non dovrei sognare, così mi hanno detto. O forse sì, ma ad un livello così profondo da rendere impossibile ogni ricordo. E invece mi ricordo benissimo. Proprio stanotte ho sognato, ne sono certa. Le parole lette ieri sera, prima di dormire, devono essere rimaste a galleggiare nella mia testa, a farsi strada come oniriche schegge. Certo, non tutte sono arrivate a segno. La neve, per esempio, è scivolata via senza lasciare traccia. La luce lunare, non so, non ne ho memoria. Ma ricordo una presenza, il mio cuore che batteva forte. Ricordo la sensazione di essere avvolta in qualcosa di caldo, come un abbraccio. Amami e basta. Mi piace pensare di aver pronunciato queste parole, nel sonno.

 

the name of identity

 

 

Sono

una pietra nera

lucida come granito

aspra di vene

e tagli.

 

 

 

world is calling

 

Fuori sta piovendo da morire. Io sono sotto questo cornicione con un bicchiere di plastica in mano, ogni tanto bevo un sorso di caffè e dico sta smettendo, adesso smette. Alla fine abbandoniamo la nostra posizione e ci lanciamo allo scoperto, in fondo è solo acqua e la macchina sarà a cinquecento metri. Dieci passi e sono fradicia. Le gocce di pioggia mi bagnano il viso, le braccia, una mi si aggrappa alla punta del naso e resta lì finchè non la porto via con un dito. Ottima idea. Non resta che camminare in modalità automatica seguendo la tua schiena fra passanti, ombrelli, schizzi, accelerando l’andatura perché tu cammini davvero veloce, centrando una pozzanghera dopo l’altra senza accorgermi. Al semaforo di viale Umbria mi fermo a trafficare con l’accendino sotto al diluvio universale, e quando alzo lo sguardo tu sei lì, proprio vicina, a sorridermi con aria concentrata. Sei maledettamente vicina e continui a guardarmi, non li stacchi più quegli occhi, e io mi innervosisco perchè sento che stai per dire qualcosa di profondamente sbagliato. E c’è questa pioggia che non smette, tutta questa confusione di gente e automobili e marciapiede bagnato, e tu che un attimo prima eri un'innocua schiena da seguire e ora due occhi puntati dentro ai miei. Zitta, questo penso, non dire niente per favore. Un ombrello colorato invade il mio campo visivo sulla destra e io – mi aggancio – mi sintonizzo sul rosso della sua tela e conto mentalmente. Uno. La gente inizia ad attraversare la strada, c’è una ragazza con un giubbotto, le maniche rosso acceso. Due. E tu sei lì, ferma accanto a me, e posso percepirti mentre registro un pezzo di carta per terra, tre, e mi arrivano brandelli di frasi, io vorrei, questo stai dicendo, io vorrei, nel tempo necessario perché scatti il semaforo, quattro, e poi c’è una pubblicità muraria e un vaso in vetrina, cinque, sei. Il collare di un cane, una scritta con lo spray, e poi non ricordo cos’altro di rosso, fino a dieci, quando il meccanismo si disinnesca e io smetto di contare. Avere cura di te, questo stai dicendo. Vorrei avere cura di te. Senza più sorridere, a questo punto. Piove tantissimo.

 

 

 

 

Scritto ascoltando un inesplicabile “Big city life” dei Mattafix