Quando vedi la luce rossa sei in onda

παράφρων

[…] della relazione che sento esistere tra colore, forma e sequenza numerica. Credo che ogni alterazione dello stato psichico possa essere ricondotta ad una relazione dissonante tra questi elementi. Per l’esperienza che tuttora vivo, per ciò che mi sembra di aver compreso, negli stati depressivi il pensiero si fa convesso, i margini frastagliati e profondamente bordati di viola, come in una foglia morta. Quel viola che non riconosce altro da sé, che è regime assoluto, dove ogni variazione colorimetrica è mancante. Quando si è immersi in A, non esiste altro che A; il semplice razionalizzare che nell’universo esista una natura differente da A è un esercizio impossibile. Il risultato è una completa decontestualizzazione. Questo stato di cecità periferica, invadente allo stato puro, ha una sequenza individuale – 1 / 1 / 1 / 1 – e ogni migrazione da un’unità all’altra non è un processo reattivo, ma una graduale e indipendente esperienza di morte. Abbandonare un luogo degradato e rimuoverlo, come se non fosse mai esistito, nel momento stesso in cui si precipita in quello successivo. E’ una frequenza di viola limitata nello spessore ma di grande ampiezza, – come uno scialle di lana non trattata – al cui solo contatto il ciclo vitale di "alimentazione. riposo. socialità. introspezione" si ritrae inorridito fino a stravolgersi. [Nello schema tesi / antitesi / sintesi, è il secondo elemento a deteriorarsi. Un universo solipsistico incapace di procedere, di vedere oltre. Se dovessi disegnarlo, sarebbe il bambino zoppo del pifferaio magico. O un infinito aborto.]

In forme più accentuate di disordine mentale, gli stessi elementi si combinano diversamente. Ho visto con i miei occhi unità di pensiero diventare sempre più piccole, cimici rotondeggianti virate in arancione, in verde chiaro. Devianze monocellulari in serie di tre e cinque e sette. Le ho viste giocare con le menti più inermi, le ho viste scontrarsi e rimbalzare lontano e tornare a fondersi in forma nuova, da uno stato ossessivo all’altro, in un unico irrefrenabile assedio. [Questo eterno andirivieni da tesi ad antitesi, senza la speranza che arrivi un elemento unificatore a dare un senso, questo orrore da confine saltato. Ho conosciuto più di una persona afflitta da un simile stato maniacale, e ciò che mi è rimasto dentro non ha nome.] E poi le grandi placche della schizofrenia, simili a lastre di ghiaccio spaccate a mani nude, dai bordi affilati, taglienti. Un luogo di triangolare emorragia, dove il viola, tuttora imperante, è imputridito dal grigio dell’isolamento. Dove il suono di una risata copre appena lo stridìo dello scuoiamento in atto. [Quando è la tesi – la coscienza di se stessi – a sfaldarsi, non c’è più nulla che possa trovare una giusta collocazione. Nessun affetto, nessun volto a richiamare indietro.]

A volte mi chiedo quale sia il punto culminante di questa degenerazione. Se esista un terreno solido, alla fine di tutto, in grado di arrestare la caduta della ragione. Così mi metto a fantasticare, immaginando non di estirpare il viola che riconosco dentro di me, ma di caricarlo all’ennesima potenza, fino a renderlo nero. Piatto, senza sfumature. Immagino di annullare ogni spigolo, di dare continuità alle forme – un tremore, accelerato mille volte, darebbe l’illusione dell’immobilità. Senza più antitesi, senza più sintesi a destabilizzarmi. Solo un volo solitario, un’infinita incoscienza giunta ad anello. Mi piacerebbe, ne sono certa.

 

 

rehab

E' qualcosa che incendia e si ritrae. Un colore stratificato, un odore che ha forma. La mia mente ne è invasa. E poi sparisce e poi torna ancora, a spalmarsi sulle pareti, tutto intorno. Da non vedere altro, da non poter pensare ad altro. Qualcosa che incendia e trascina, in un luogo dove ogni connessione è negata. Schegge sul pavimento, aria che gorgoglia nei polmoni. E luce, e buio. E luce.

 

rosarancia

[...] "Domenica ho preparato lasagne per quindici. Abbiamo brindato e ci siamo commossi davanti a tanta bellezza. Mio fratello, che spesso è così triste da farmi male, ha ripetuto tante volte "stiamo tutti bene, guarda che bello, stiamo tutti bene" e mi si strizzava il cuore ad essere testimone di una così semplice verità. I miei figli che crescono, il mio amore tenero e fragile che comincio a percepire nella grandezza della sua anima delicata, mio nonno solo a Roma che si è voluto unire alla festa, i miei amici assonnati, sereni e sazi. Fuori un pò di pioggia che ci ha aiutato a ricordare che qui sotto, al caldo, siamo tutti salvi."

Non riesco più a pensarti come un'entità autonoma, sai Nellina. Ti vedo mentre scrivi questo post, al caldo, ben coperta. E poi, mentre lo rileggi ad alta voce alla bambina che ti riposa in grembo. Come una ninna nanna in rosa e arancio. Stai dando una bella forma alla piccola Zoe (se sarà Zoe). Amore, coraggio, senso di comunità - ogni parola ad impregnare i suoi morbidi geni. Sarà bellissima.. Bacio.


m e t

Quindici minuti di corsa regolare e tre di accelerazione, in più ripetute. Questo è il programma. Adesso sono nuovamente in piena velocità, sto spingendo davvero forte. Sento i muscoli delle cosce contrarsi, il corpo che chiede di rallentare il ritmo. Penso che per oggi possa bastare. Così modifico gradualmente la falcata, regolandomi su un’andatura più distesa, la respirazione in giusto sincrono. Inizio  a rilassare lentamente le spalle, tendendo il piatto degli addominali per riallineare la schiena. E non mi rendo neanche conto che il mio sguardo ha cominciato a deviare verso l’esterno, finché i miei occhi non la registrano. C’è una donna sul lato del vialetto alberato.

Non so dire esattamente cosa mi abbia colpito – bastano pochi secondi per non esserne più consapevole. Ma in un attimo mi trovo ad avanzare per inerzia, le gambe pesanti, tutta la concentrazione ormai dissolta. Non riesco a capire. So solo che c’è qualcosa di realmente disturbante in questo fermo immagine che insiste sulla mia retina. Un senso di disagio che non mi abbandona, che mi spinge a tornare indietro. Così descrivo un’ampia curva, le suole che fanno presa sul brecciolino, fino a ritrovarla alla mia sinistra, trenta metri più avanti.

La donna è in piedi accanto ad una staccionata di legno, sta parlando al telefonino. Il viso largo leggermente in ombra, un cappotto scuro e sformato. Io – non riesco a staccarle gli occhi di dosso - resto ferma ad guardarla. Con il sudore che mi entra negli occhi, le tempie che pulsano sotto la spinta di un ricordo che non si lascia agganciare. E poi succede. Proprio quando sto per rinunciare, un passo in avanti la porta nella mia direzione, in piena luce. Vedo distintamente i suoi capelli tirati in un corto chignon, la fronte lucida. Quel movimento della testa, così tipico in lei. E ogni cosa riprende il suo posto.

 

Quaderno verde, infinite settimane fa.

[...] "Ma che cazzo leggi tutto il giorno?" C'è un'infermiera che ci osserva da lontano, pronta ad intervenire se la cosa dovesse degenerare, ma per il momento sembra che vada bene. C’è solo questa tipa che mi urla contro, novanta chili di aggressività concentrati su di me e, più direttamente, sul libro che tengo sulle ginocchia. Meglio che non ci provi neanche a toccarlo. Però qualcosa devo fare, perché fissare in silenzio i punti saltati della sua vestaglia non sta portando a nulla. E mi sto innervosendo, anche. Così giro il libro dalla sua parte e indico con la matita un paio di titoli in grassetto, sperando che l’argomento le faccia perdere interesse e insomma, che si levi di torno. Invece eccola accosciarsi accanto a me, in una posizione impossibile da mantenere per una donna del suo peso, e tirare fuori gli occhiali. Dalla tasca laterale, cristo santo. E il fatto che si sia messa a leggere – almeno, mi pare che stia leggendo - non sembra aver attenuato la sua tensione. "Che è sta roba, piccola smart.." Filosofia, dico. Nel momento in cui [...]