Quando vedi la luce rossa sei in onda

in luce

Sono giorni di allineamento. Corpo e anima, per lungo tempo ispirati da parabole divergenti, ritrovano l’armonia dimenticata. Di nuovo uniti da una misteriosa dipendenza, tornano a specchiarsi l’uno nell’altra. Questa sera, guardando le mie braccia, i miei polsi, posso osservare ciò che accade dentro di me. Vedere i miei conflitti, così a lungo inseguiti, finalmente trascritti in ogni piaga, nelle sottili spaccature della pelle. Esposti. E’ un percorso doloroso e commovente, a cui mi abbandono senza riserve.="movie" value="http://www.youtube.com/v/3l5BF80Qi0o&hl=en&fs=1">

 

 
 

x-suite [m]

xsuite._412

Di ogni bene comprendo la causa,
di ogni male l'effetto.

 

la via della felicità

 
 
2291325922_584f28ac2d_500

 

Per anni ho pensato che il matrimonio dei miei genitori fosse destinato al divorzio. Da ragazzina ne ero assolutamente certa. Verso gli undici, dodici anni avevo sviluppato una sorta di fissazione riguardo a questo, una proiezione attualizzata che mi faceva vivere in uno stato di abbandono emotivo. Quasi ogni notte versavo calde lacrime sul mio futuro incombente e, scorrendo mentalmente la lista dei parenti, cercavo di immaginare chi si sarebbe preso carico della povera derelitta che sarei diventata. Perché un giorno mio padre avrebbe detto: "lascio questa casa a partire da oggi" e mia madre sarebbe andata a fondo. E io sarei stata messa da parte. Ai miei occhi era come se stesse già accadendo.

Nell’attesa che la mia famiglia andasse allo sfascio, dedicavo molto tempo alla pura osservazione. Me ne stavo rannicchiata per ore dietro a porte strategicamente socchiuse, per lo più a spiare il nulla. Passeggiavo in giro per casa con l’aria più distratta del mondo e l’orecchio teso, pronta a carpire informazioni che potessero confermare le mie peggiori paure. Facendo in modo che il mio sguardo indagatore non desse nell’occhio, li guardavo. Li guardavo e non smettevo di stupirmi per quanto poco queste due persone si cercassero con lo sguardo, con le parole. Il vederli così palesemente autonomi, così incapaci di un gesto di tenerezza o che ne so, di una minima attenzione, mi gettava nello sconforto. A volte immaginavo di picchiarli. In un mondo dominato dalla praticità delle cose, sembrava che io fossi l’unica ad aver bisogno di rassicurazione.

Questa situazione andò avanti per parecchio, un tempo intollerabilmente lungo nella mia testa. Finché alla fine, stanca di domande che restavano a marcirmi in petto, di baci della buonanotte che puntualmente cadevano nel nulla e della mia incapacità di spingermi oltre, scoprii in me stessa il desiderio di cambiare. Me ne sarei andata, ecco cosa. Avrei lasciato i miei genitori al loro scontato destino - che se la sbrigassero tra loro - e sarei sparita. Quale migliore vendetta, che inaspettato colpo di teatro. Fu in quegli anni che imparai a sognare ad occhi aperti.

 

Non esiste altra legge che il movimento, scrive la Nothomb. E io so che è così. La mia adolescenza, trascorsa in una casa in cui ho abitato solo fisicamente, è stata un lungo percorso di migrazione. Fu una scelta consapevole. Far saltare la realtà a colpi di piccone, usando la fantasia come cemento. Essere sempre altrove. Iniziai a lavorare sulla mia capacità di concentrazione, per non lasciarmi coinvolgere da quanto mi accadeva intorno. Imparai a sdoppiarmi – via le incertezze, dentro il sogno. Mi ci buttai a capofitto.

Nelle pause di studio, per lungo tempo presi l’abitudine di assumere l’identità della principessa inglese capace di grandi slanci. Mi piaceva immaginarmi in quelle raffinate vesti, passeggiare nella brughiera con i cani, godere della vista dei corridoi con il pavimento in pietra. Era una fantasia molto rilassante. La sera magari diventavo una cantante rock con lievi problemi di droga e suonavo due o tre pezzi sul palco, prima di addormentarmi. Poi per settimane restavo nei panni della campionessa di pallavolo che alla fine vinceva le olimpiadi. Era bello, talmente bello da diventare un processo automatico.

Intanto crescevo, senza restare un solo giorno nella mia pelle. E al ritmo delle mie cellule mutavano i sogni, i desideri. Un giro del mondo in barca. Restare per ore tra le sue gambe, invadere il suo cuore. Avere un figlio e passare la vita ad annusarlo. La felicità ha davvero infinite forme.

 

Qualche sera fa ho visto un cane morto, vicino alla finestra del soggiorno. Sul pavimento, con la coda piegata a elle. Non c’era e l’ho visto, ne ho sentito l’odore. Così sono scesa in strada, ho corso a piedi nudi per un pezzetto, fino al viale principale. Mi sembrava la cosa più sensata da fare. Si è radunata della gente che ha chiamato altra gente. Ho bevuto un bicchiere d’acqua in un bar, poi è arrivato mio padre a portarmi via. Mi sarebbe piaciuto scappare da quei momenti inaspettati – davvero inaspettati - proiettando la mente verso una direzione di fuga. Avrei potuto proteggermi in qualche modo, ancora oggi. Ma non so. Credo di aver pensato che una realtà così deludente, tanto lontana dai miei sogni da non sembrare vera, meritasse di essere guardata dritta negli occhi.

 

παράφρων

[…] della relazione che sento esistere tra colore, forma e sequenza numerica. Credo che ogni alterazione dello stato psichico possa essere ricondotta ad una relazione dissonante tra questi elementi. Per l’esperienza che tuttora vivo, per ciò che mi sembra di aver compreso, negli stati depressivi il pensiero si fa convesso, i margini frastagliati e profondamente bordati di viola, come in una foglia morta. Quel viola che non riconosce altro da sé, che è regime assoluto, dove ogni variazione colorimetrica è mancante. Quando si è immersi in A, non esiste altro che A; il semplice razionalizzare che nell’universo esista una natura differente da A è un esercizio impossibile. Il risultato è una completa decontestualizzazione. Questo stato di cecità periferica, invadente allo stato puro, ha una sequenza individuale – 1 / 1 / 1 / 1 – e ogni migrazione da un’unità all’altra non è un processo reattivo, ma una graduale e indipendente esperienza di morte. Abbandonare un luogo degradato e rimuoverlo, come se non fosse mai esistito, nel momento stesso in cui si precipita in quello successivo. E’ una frequenza di viola limitata nello spessore ma di grande ampiezza, – come uno scialle di lana non trattata – al cui solo contatto il ciclo vitale di "alimentazione. riposo. socialità. introspezione" si ritrae inorridito fino a stravolgersi. [Nello schema tesi / antitesi / sintesi, è il secondo elemento a deteriorarsi. Un universo solipsistico incapace di procedere, di vedere oltre. Se dovessi disegnarlo, sarebbe il bambino zoppo del pifferaio magico. O un infinito aborto.]

In forme più accentuate di disordine mentale, gli stessi elementi si combinano diversamente. Ho visto con i miei occhi unità di pensiero diventare sempre più piccole, cimici rotondeggianti virate in arancione, in verde chiaro. Devianze monocellulari in serie di tre e cinque e sette. Le ho viste giocare con le menti più inermi, le ho viste scontrarsi e rimbalzare lontano e tornare a fondersi in forma nuova, da uno stato ossessivo all’altro, in un unico irrefrenabile assedio. [Questo eterno andirivieni da tesi ad antitesi, senza la speranza che arrivi un elemento unificatore a dare un senso, questo orrore da confine saltato. Ho conosciuto più di una persona afflitta da un simile stato maniacale, e ciò che mi è rimasto dentro non ha nome.] E poi le grandi placche della schizofrenia, simili a lastre di ghiaccio spaccate a mani nude, dai bordi affilati, taglienti. Un luogo di triangolare emorragia, dove il viola, tuttora imperante, è imputridito dal grigio dell’isolamento. Dove il suono di una risata copre appena lo stridìo dello scuoiamento in atto. [Quando è la tesi – la coscienza di se stessi – a sfaldarsi, non c’è più nulla che possa trovare una giusta collocazione. Nessun affetto, nessun volto a richiamare indietro.]

A volte mi chiedo quale sia il punto culminante di questa degenerazione. Se esista un terreno solido, alla fine di tutto, in grado di arrestare la caduta della ragione. Così mi metto a fantasticare, immaginando non di estirpare il viola che riconosco dentro di me, ma di caricarlo all’ennesima potenza, fino a renderlo nero. Piatto, senza sfumature. Immagino di annullare ogni spigolo, di dare continuità alle forme – un tremore, accelerato mille volte, darebbe l’illusione dell’immobilità. Senza più antitesi, senza più sintesi a destabilizzarmi. Solo un volo solitario, un’infinita incoscienza giunta ad anello. Mi piacerebbe, ne sono certa.

 

 

indistinguibile

Sono sveglia da alcuni minuti. Posso sentire i pensieri prendere forma, al ritmo lento dei colori che filtrano attraverso le palpebre chiuse. I suoni che giungono di taglio dalla finestra aperta, attutiti dalla distanza, mi parlano in una lingua sconosciuta. Non ancora, non così in fretta. Restare ferma, a galleggiare su un degradante fronte di impenetrabilità, prendendo lentamente coscienza di ciò che mi circonda. Con tutta la gradualità che occorre, in un bozzolo di conforto che lentamente si dischiude. Questo mi piace. Ed è possibile, sai, aprire gli occhi e lasciare che la mia mente continui a giocare. Indipendente da me stessa, in un vago susseguirsi di immagini, ricordi, voci, realtà e fantasia insieme. E vuoti. Frammentati e ricuciti insieme, senza giunture visibili. Slow motion, avanti veloce, indietro piano, in pausa, rivedi tutto. Questa dimensione liquida – onirica - che accompagna ogni secondo delle mie giornate, è qualcosa a cui devo abituarmi. E’ una misura sconosciuta. Non cattiva di per sé, anzi quasi rassicurante. Portata avanti su un chimico palmo di mano, devo solo respirare. Scegliere se muovermi o non muovermi. L’unico contributo richiesto alla mia volontà.

 

pagina dodici del quaderno blu

Oggi il cielo è particolarmente terso, i suoni sembrano galleggiare nell’aria. All’infinito. Auto che passano in lontananza, un impossibile vociare di bambini. Non è un momento sgradevole, ho solo un po’ di freddo. Tra poco rientro. Nella tasca posteriore ho un bigliettino ripiegato, posso sentirlo attraverso il tessuto dei pantaloni. Sopra c’è scritta una sola parola, come sempre. E’ importante, sai, per me. Un principio a cui attenermi, un’inclinazione da tenere a mente, la prima azione della giornata. Scrivere il mio proposito e portarlo addosso per tutto il giorno, quasi a contatto con la pelle, è qualcosa che mi dà fiducia, un senso di tangibilità. Ma stavolta non so, non mi sento all’altezza. E’ troppo difficile, credo. Devo fare un passo indietro. Passeggiare, lavarmi. Tornare a propormi cose più semplici. Rimango ancora qualche minuto a guardare fuori, giocando con l’accendino. Mentre i miei pensieri svaniscono al ritmo della fiamma.

_55br44_500

 Metà dicembre, punto di regressione.

oggi

stanca_480
.

pagina tre del quaderno blu

The barber shop.

[...]

La mattina dopo mi fanno parlare con una persona che non so inquadrare. Indossa un camice che sembra fatto su misura e anche le calzature sono del tipo giusto, ma per quello che ne so potrebbe essere il barbiere dell’ospedale. Solo che io sono troppo agitata per dedicare del tempo alle presentazioni, non riesco a sentire nulla di diverso da questo continuo bisogno di piangere. Non posso scrivere, cazzo, è un incubo che si realizza. Il barbiere assume un’aria di circostanza, dice qualcosa di appena percettibile sulla potenziale pericolosità della mia penna - lo sapevo che si trattava di questo, ne ero certa - con il tono di chi sta svolgendo il più ingrato dei compiti. E qui sbaglio tutto. Anziché circoscrivere la discussione, sai, smorzando i toni – in fondo dovrei solo spiegare che non ho affrontato un giorno di viaggio per finire qui a danneggiarmi la giugulare, tantomeno con una biro da un euro e cinquanta – mi lascio prendere la mano, allargo stupidamente il discorso. Dimenticando ogni regola, ogni prudenza. E visto che adoro gli esempi, non trovo nulla di meglio che svuotare sul letto il contenuto del mio zaino, ancora da disfare, per identificare con voce alterata ben cinque oggetti che, a guardare bene, potrebbero essere definiti pericolosi. Per inciso, uno di questi oggetti è un fermaglio a forma di elefante. L’esito della mia sparata è di una logicità matematica. In attesa di prendere una decisione definitiva, mi requisiscono tutto.

[…]

Questo casino spaventoso si è risolto per il meglio, alla fine. Già il fatto che ne possa scrivere testimonia del buon esito dello scontro. Di colpo i toni si sono ammorbiditi – ma su Francesca, sono le normali procedure. Lei è già stata qui, no? Dovrebbe sapere che gli oggetti personali dei pazienti vengono controllati minuziosamente in entrata. Ah sì? Certo. E ovviamente, riecco la sua penna, nessun problema. E il fermaglio? Quale fermaglio…

[…]

Chiaro, una parte di me sa benissimo che dovrei fermarmi a riflettere sul significato di questo evento. Per un attimo mi tornano in mente frammenti di discorsi fatti a Milano, sento la mia voce parlare di autolesionismo – stupida che sono - del colore viola. Cosa avevo in testa? Ora, in un contesto così diverso, capisco che dovrò pagare un prezzo per ogni parola detta. Ma per il momento preferisco spingere ai margini questa linea di pensiero, chiudendo ermeticamente ogni accesso all'inquietudine. Mi sento felice, perché negarlo? Di quella felicità da pericolo scampato, da "domani me ne faccio comprare cinquanta, di penne". E adesso è bello starmene qui, in un angolo, a dare forma alle emozioni, estranea a qualunque stimolo esterno. E’ semplicemente bello. Voglio scrivere, tutto il resto può attendere. Volti, percorsi, realtà. Sonno. Finché qualcuno non mi interrompe a forza, io vado avanti.

 

quaderno_500

da un'enorme distanza..

 

due persone

Data: Sat, 22 Dec 2007 16:23:01 +0100 [22.12.07 16:23 CET]

   Da: francytown

     A: janmaris

Oggetto: letargo post traumatico

jan..

la persona che mi ha letto ogni tua mail, giorno dopo giorno, è mia sorella. per molti anni ci siamo dimenticate l'una dell'altra, così diverse nel carattere, nelle aspirazioni. nei sogni. io ho sempre pensato a lei con un senso di implacabile divergenza, come se l'età adulta ci avesse reso consapevoli della nostra estraneità di fondo. ma non so.. le radici sono dentro di noi, seguono percorsi davvero misteriosi, a volte. così oggi la ritrovo accanto a me. senza bisogno di giustificazioni reciproche, senza parole. semplicemente vicina.

chiederle di aggiornarmi sulla casella di posta - e non solo - è stata una buona idea. ho sentito che le ha fatto piacere. e credimi, i tuoi pensieri mi sono stati riportati nel modo migliore, con misura e rispetto. l'unico commento che si è lasciata sfuggire in queste settimane non ha riguardato te, amico mio, ma il blog. la luce rossa è un posto morto, così mi ha detto. ed è la stessa sensazione che ho avuto io, ritrovandolo. come se una invisibile coltre si fosse adagiata sulle mie pagine, una settimana dopo l'altra. polvere. un senso di tempo trascorso, infinitamente lungo.

ti scriverò presto, jan. torno a riposare.

un bacio. fra

 

Con gratitudine.

the crying game

 

Giro la testa di lato e la lama si riempie del mio riflesso. La curva della mascella. Il collo, curvando il polso. Butto fuori il fumo dal naso, giocando con le mie linee. Deformandole, nella brillantezza dell’acciaio. Per un po’ misuro il tempo con Lauren Hill – track four, track five – finchè anche la musica si spegne. E allora rimango a navigare nel silenzio più completo, gli occhi negli occhi, stordita di sonno e indeterminatezza. Vorrei un aggancio. Qualcosa, non so bene. Poi abbasso la mano per tagliarmi. Lievemente, come una carezza. Non accade nient’altro, per lunghi minuti.

 

 

the shame is manifest (in my resistance)

 

A volte lei ritorna. In un profumo, nel suono di una risata. Nell’ombra che si sovrappone alla mia, per strada. E ogni volta sento qualcosa al centro del petto, il mio cuore che si sposta di qualche centimetro. Vorrei che non accadesse, credo. Di tutto questo amore, ancora vivo e pulsante tra le mie mani, non so più che farne.

 

 

l'unico luogo possibile

 

Giugno 2007.

Mi piace guardarla mangiare. Più precisamente, mi piace osservare la leggerezza del suo approccio al disagio, così diverso dai miei brutali rifiuti. Vederla trasformare l’atto della masticazione in una sorta di rituale astratto, in una progressiva presa di distanza fra sé e il boccone. Ogni volta che accade, amo perdermi nella sua capacità di dissolversi in pensiero, sempre più lontana, in accordo con una musica di cui mi è negata anche l’immaginazione. Oltre. E ciò che mi innervosisce negli altri – come l’abitudine di giocherellare con la verdura nel piatto, spostandola qua e là in mucchietti umidi – in lei quasi mi commuove. Per questo non parlo mai, quando siamo a tavola insieme. Gioco con le ombre, piuttosto, mi sfarino fino a diventare invisibile, nutrendomi della purezza dei suoi gesti, di traiettorie che solo per accidente portano una pera a sbucciarsi, un bicchiere a riempirsi a metà di vino. Finché, in logica digressione, il suo alimentarsi diventa sotto ai miei occhi un retropensiero – un retromangiare – di assoluto incanto. Sono innamorata del distacco, è ciò che meglio arrivo a comprendere.

 

 

 

 

Un’educazione al distacco lascia segni profondi. Nei pensieri, nei sogni. E’ un dolore da muscoli contratti, da tensione mai allentata. E’ un monologo incessante. Vivere nell’attesa che qualcosa accada. A portarti via.

 

 

appunti dall'oltrespazio

 

Sul mio letto sono impresse tracce di gomiti e testa e ginocchia, di libri letti di spigolo, colazioni da campo, sguardi di pura perplessità e lampi notturni. Come se qualcuno – Francesca – avesse campeggiato per giorni in questo letto, in attesa di non si sa bene cosa. Come se. Giro la testa di tre quarti contemplando le condizioni in cui versa la camera, superficialmente inorridita e consolata, insieme, dall’idea che non ci sia nessuno a condividerne la vista. Riordinare è soprattutto un gioco di luce, ripeto a me stessa –  aria e luce da rimettere in circolo, il resto è pura conseguenza – ed è questo pensiero a strapparmi all’inazione. Un gesto dopo l'altro, tutto riprende a fluire. Come se nulla fosse accaduto.

 

the name of identity

 

 

Sono

una pietra nera

lucida come granito

aspra di vene

e tagli.

 

 

 

loss of voluntary control

 

Sono attimi di fuoco. Finestre, lame di luce. Sono punti di corrosione. Quando accade, mi sento pervadere di elettricità, un sapore estraneo tra la lingua e il palato. Istantaneamente attiva – click on – mi muovo in una direzione, alla tastiera del computer, e poi in un’altra, a respirare l'aria diversa della terrazza. Mi trovo per strada a cercare altri occhi, altri colori. E dico a me stessa ecco, santo dio, adesso. Resta qui. Quando accade, ci sono nuclei di concretezza di colpo presenti in forma di maniglie e insegne e volti, ombre sull’asfalto, voci. Ci sono punti di equilibrio, così solidi da poterli toccare, e vuoti che si riempiono sotto i miei occhi accesi. Resta qui.

 

 

Ieri ho fatto spese. La giacca dello smoking mi piace moltissimo, in forte contrasto con i bracciali e i jeans. Oggi sarò assolutamente credibile, lì fuori. Una persona come qualsiasi altra. Ricordarsi di respirare normalmente, nascondere gli occhi, controllare i gesti. Quante volte posso morire in una sola vita, spesso me lo domando. Quante rinascite verranno ancora, a disturbare il mio declino. Per un’ora, un giorno, giusto il tempo di un’illusione.

 

 

delle future ali

 

 

 

ventiquattro

 

Riempirmi gli occhi di un portone che andrebbe annusato per quanto è bello. Passare il dito lungo le spaccature del legno, farmi raccontare una storia. Sarebbe una scelta possibile, se avessi il coraggio di fermarmi giù in strada. Ma il mio coraggio è impegnato altrove, ecco perché decido di salire in ascensore. Dietro la porta d'ingresso trovo luci e corpi e profumi di plastica, un caldo soffocante, sorrisi da elargire in perlustrazione. E poi una schiena che riconosco, un viso girato di tre quarti. Il motivo per cui sono qui. Quando la schiena diventa petto ci vuole un attimo a capire che certi film sono reali soltanto nella mia testa, che sarà per un'altra volta. Non c'è luce in quegli occhi che mi scrutano. Tutto si riduce ad uno squallido niente, occupare uno spazio e poi un altro, bagnarmi le labbra con atteggiamento neutro, mentre un commensale racconta ad alta voce della donna superiore, della vaffanculo. La mia serata possibile è un pacchetto appoggiato sul pavimento. Un odore dolciastro, come di frutta marcia, che mi resta addosso fino a casa.

 

my purpose is an empty mind

 

Nevrotica è dentro e fuori, una lente d'ingrandimento con il manico spezzato. L'ossessione del dettaglio da cui non ti liberi. Cento ore a volo radente e poi un singolo istante che ti manda in pezzi. Perché invade, perché ti riporta dove non vorresti. E' fare i conti con un'ombra che diventa mondo.

 

Dopo settimane di educazione del pensiero, di assunzione e implacabile controllo, a inventarmi una noncuranza che non ho, una impermeabilità ai rumori di fondo, di colpo mi sento stanca. Devo fermarmi, mi conosco, lo so che devo fermarmi. Allontanare ogni cosa, percorsi, sogni, buoni propositi. Fare il vuoto. Creare il vuoto. Solo per oggi. 

 

 

 

in questa bolla non mi sento sola.

penso a corto raggio, mi coccolo con niente.

come su un traghetto notturno,

con quel rumore di motori cupo e regolare.

pura sospensione.

quando tutto si dilata, si sfarina.

e il mare sotto che è una macchia nera.

 

 

ovatta

 

 

Sono sfiorata da sensazioni rosso cupo

che risvegliano la mia attenzione,

mi mettono in allarme.

E subito si disperdono.

 

Vivo giornate contraddittorie.

 

 

dimmi come stai

 

L'insonnia mi conduce per mano ad un nuovo giorno ed io esibisco la mia faccia dura. Respiri e contrazioni, un budino al cioccolato, pensieri destrutturati. Le ore scivolano via neanche fossi in skateboard. Accendino. Riordino le carte e saltano fuori un segnalibro rosa e il foglietto illustrativo dello zoloft. Perfetta descrizione della mia vita, non saprei aggiungere altro. Misty è stata chiusa dentro a chiave, sussurra Palahniuk. Cosa vuoi che sia, amico, anche a me succede spesso.

 

 

notte

 

Vorrei silenzio, non questo dolore incessante, questa processione di sogni infranti, questo loop ossessivo, invischiata in una vita di attese, esistenza in proiezione, guardarsi avanti e indietro e dentro, e dentro, senza posa, senza distanza, con la voglia di farsi male, stupida coscienza, infantile paura della tenerezza, desiderio di un abbraccio, non questo frastuono di dubbio, questo lago di sangue, il credersi destinati al massacro. Vorrei silenzio per la stanchezza che provo, per il sonno che non arriva, per il tempo passato a sfibrarmi in cerca di risposte, per i momenti in cui vorrei cambiare tutto, da un secondo all'altro, ora ti prego subito, e sentire una voce che mi rassicuri, e credere nell'arrivo di un vento forte, di quelli che spazzano via ogni paura, di quelli che ti riportano a casa. Vorrei un cuore capace di corrermi avanti, che mi lasci con un vuoto nel petto per tutto il tempo necessario, un cuore capace di corrermi avanti, che voli oltre, guardando in basso, oltre questo buio, oltre finchè c'è buio, il mio cuore ingannatore del tempo, maratoneta instancabile, portatore di speranza. Ho visto un domani luminoso, l'epilogo di una lotta dissennata. E me che ti battevo in petto. E il sapore di un sangue nuovo e il tuo sorriso, ho visto. Vorrei un cuore capace di tornare indietro, per darmi coraggio.