Quando vedi la luce rossa sei in onda

come in un ciclo di evaporazione

Succede ogni notte. Vedo minuscole goccioline staccarsi dal soffitto e, una ad una, iniziare a cadermi addosso. Sulla fronte, sulle braccia, a bagnare le coperte. Ogni goccia è un frammento di paura, ogni scroscio un pensiero cattivo, evaporato durante il giorno, che ritrova la strada. E’ la mia pioggia, mi dico, ne sono origine e destinazione. Ma il solo saperlo non cambia molto. Ad occhi chiusi, i pugni stretti contro i fianchi, finisco sempre per precipitare.


Ora che mi trovo a qualche metro di distanza, le mie notti sono tranquille. Il più delle volte lo sono. L’esercizio quotidiano – frazionare le ore in minuti, in respiri - si è fatto più articolato e anche il mio sguardo ha acquisito una profondità nuova. Era tempo che succedesse. In questo ciclo di evaporazione e pioggia, sto acquisendo una misura più raffinata. Con tutta la delicatezza che occorre, inizio a cogliere la sottile differenza che passa tra goccia e goccia, tra la goccia del giorno prima e quella del giorno dopo. Usando la punta della lingua, la memoria breve, ogni pezzetto di me che sembri possedere capacità di discernimento. E questo mi fa dormire più serena. Purificare la pioggia non è semplice. Capirla, non è semplice. Ma davvero, incrociando ogni possibile dito, a me sembra che vada meglio.

 

senso e non senso

Adoro scrivere così
lasciandomi trasportare
lungo sentieri di assonanze
dal suono delle parole
dal loro incastrarsi una accanto all’altra
una dentro l’altra
oltre il significato
e giocare a rileggere ad alta voce
roteando le erre nell’aria
lanciandole verso il soffitto come coriandoli.

Se morissi adesso
vorrei rinascere nuvola o stellina
per guardare ogni cosa senza accusarne il peso
e ripetere il mio nome all’infinito
alle aquile di passaggio
agli aerei d’alta quota 
stellina stellina stellina stellina
nuvola nuvola nuvola
senza mai stancarmi
senza mai smettere di ridere.

rehab

E' qualcosa che incendia e si ritrae. Un colore stratificato, un odore che ha forma. La mia mente ne è invasa. E poi sparisce e poi torna ancora, a spalmarsi sulle pareti, tutto intorno. Da non vedere altro, da non poter pensare ad altro. Qualcosa che incendia e trascina, in un luogo dove ogni connessione è negata. Schegge sul pavimento, aria che gorgoglia nei polmoni. E luce, e buio. E luce.

 

m e t

Quindici minuti di corsa regolare e tre di accelerazione, in più ripetute. Questo è il programma. Adesso sono nuovamente in piena velocità, sto spingendo davvero forte. Sento i muscoli delle cosce contrarsi, il corpo che chiede di rallentare il ritmo. Penso che per oggi possa bastare. Così modifico gradualmente la falcata, regolandomi su un’andatura più distesa, la respirazione in giusto sincrono. Inizio  a rilassare lentamente le spalle, tendendo il piatto degli addominali per riallineare la schiena. E non mi rendo neanche conto che il mio sguardo ha cominciato a deviare verso l’esterno, finché i miei occhi non la registrano. C’è una donna sul lato del vialetto alberato.

Non so dire esattamente cosa mi abbia colpito – bastano pochi secondi per non esserne più consapevole. Ma in un attimo mi trovo ad avanzare per inerzia, le gambe pesanti, tutta la concentrazione ormai dissolta. Non riesco a capire. So solo che c’è qualcosa di realmente disturbante in questo fermo immagine che insiste sulla mia retina. Un senso di disagio che non mi abbandona, che mi spinge a tornare indietro. Così descrivo un’ampia curva, le suole che fanno presa sul brecciolino, fino a ritrovarla alla mia sinistra, trenta metri più avanti.

La donna è in piedi accanto ad una staccionata di legno, sta parlando al telefonino. Il viso largo leggermente in ombra, un cappotto scuro e sformato. Io – non riesco a staccarle gli occhi di dosso - resto ferma ad guardarla. Con il sudore che mi entra negli occhi, le tempie che pulsano sotto la spinta di un ricordo che non si lascia agganciare. E poi succede. Proprio quando sto per rinunciare, un passo in avanti la porta nella mia direzione, in piena luce. Vedo distintamente i suoi capelli tirati in un corto chignon, la fronte lucida. Quel movimento della testa, così tipico in lei. E ogni cosa riprende il suo posto.

 

Quaderno verde, infinite settimane fa.

[...] "Ma che cazzo leggi tutto il giorno?" C'è un'infermiera che ci osserva da lontano, pronta ad intervenire se la cosa dovesse degenerare, ma per il momento sembra che vada bene. C’è solo questa tipa che mi urla contro, novanta chili di aggressività concentrati su di me e, più direttamente, sul libro che tengo sulle ginocchia. Meglio che non ci provi neanche a toccarlo. Però qualcosa devo fare, perché fissare in silenzio i punti saltati della sua vestaglia non sta portando a nulla. E mi sto innervosendo, anche. Così giro il libro dalla sua parte e indico con la matita un paio di titoli in grassetto, sperando che l’argomento le faccia perdere interesse e insomma, che si levi di torno. Invece eccola accosciarsi accanto a me, in una posizione impossibile da mantenere per una donna del suo peso, e tirare fuori gli occhiali. Dalla tasca laterale, cristo santo. E il fatto che si sia messa a leggere – almeno, mi pare che stia leggendo - non sembra aver attenuato la sua tensione. "Che è sta roba, piccola smart.." Filosofia, dico. Nel momento in cui [...]

 

piccoli segni

Riflettendo sul tempo appena trascorso, Francesca scopre di aver sognato con un’intensità da spaccare i polsi. Siede in mutande sul pavimento in legno e, guardandosi intorno, scorge frammenti di quel sogno sparsi in giro per l’appartamento. Potresti raccoglierli, è il suo primo pensiero. Conservarli nel cassetto al piano di sopra. Ma solo a guardarne uno da vicino, quasi a contatto di naso, prova un senso di vertigine. Roba viva, dice ad alta voce.

un infinito cerchio

 

L'appartamento è in penombra, tratteggiato sommariamente in linee di disordine e aria viziata. Fogli sparsi sulla scrivania, il posacenere stracolmo. I miei jeans accanto ai suoi, in un angolo. Io resto discosta, non vorrei averla qui, non mi sento a mio agio. Mi limito ad osservarla con le spalle appoggiate alla porta finestra, unico punto di apertura verso l’esterno. Lor beve un bicchiere d’acqua, poi accende una sigaretta - la fiamma dell’accendino che illumina debolmente il suo viso, per un attimo. Da quanto tempo stai così, mi chiede. Così. Qualche giorno, vorrei dirle. Da sempre. Lei solleva la testa, come se volesse sorridere al mio soffitto. I suoi gesti morbidi, familiari in qualche modo, hanno il potere di tranquillizzarmi.

Quanti anni sono passati? Almeno nove, perché c’era ancora Chicca. Io ero fresca di laurea, Lor già avanti con il suo dottorato in fisica. Un’altra vita. Eppure lei sembra ricordare tutto. Volti, sorrisi. Parole. Non sei più un sistema isolato, eh Fra? Mi costa un enorme sforzo ricollegare quelle immagini a me stessa. 

Quando resto da sola sono le tre passate. La casa sembra così silenziosa, adesso. Decido di bere una birra analcolica, prima di andare a letto. Sotto i miei graffiti, sul muro, c’è una nuova scritta fatta a penna, proprio in basso. Avrei voluto leggerla subito, ma con lei è impossibile averla vinta. Dopo, dopo. Accendo la lampada sul tavolo e mi avvicino a guardare. “Nulla è più denso del vuoto”. Questo. Mi siedo sul divano e ancora torno ad osservare i due trattini disegnati sotto la scritta, così nettamente incisi sul bianco della parete. Ripenso ai discorsi di Lor. Alle nostre parole nel buio, fedelmente trascritte. Così le mando un sms, nel cuore della notte. “Elettrone e positrone, giusto?”. La sua risposta arriva immediatamente, a darmi la buonanotte. 

 

saved

 

"Di questa forza che sento dentro
Viola di rabbia
E rossa
Di resistenza
Allo scempio che mi ha divelta
Incessantemente mi nutro
Questa linea di buio
Che non mi ha più abbandonata
Non è più forte di me
Adesso posso dirlo
Non è più forte di me
Perché nel sentiero che ho tracciato
Di solitudine eletta a regola
Ho saputo circoscrivere la pazzia
L’ho resa sterile
Con cura e rigore quotidiano
Preservando le persone amate
Dal contatto con il male
E oggi

Così lontana da tutto

Mi sento vibrare di orgoglio
Di gioia
Quando del mio bruciare
Solo io vedo l’inizio
Solo io la fine"

 

Scrittura automatica.

 

 

dove stai di casa

 

Il mio sguardo è assediato da ogni parte. Carrelli stracarichi, bambini, zaini, tassisti abusivi, comitive orientali. C’è chi è in ritardo, chi non lo è ma vuole assolutamente fare una sosta al duty prima di imbarcarsi. Una ragazza mi guarda in faccia e dice o piscio o muoio. Non la reggo questa cosa, il desiderio di girarmi e tornare a casa mi fa saltellare sul posto. Alla fine trovo rifugio in una toilette. Lavo il viso con l’acqua fredda, bagno la fronte, i capelli. L’immagine riflessa nello specchio mi fa sembrare una profuga emersa dalle acque. Non sono messa bene. Ma poi, gradualmente, le cose migliorano. Respiro, riprendo il controllo. Stupida che sono. Posso farlo, certo che posso. Così riesco a partire. Durante il volo - il primo dopo quattro anni, sono molto contenta - ascolto un po’ di musica. Mangio i salatini, bevo la mia aranciata. Una volta a terra, dico al tassista di portarmi direttamente in clinica. Penso di restarci per poche ore, saranno tre settimane. In un reparto che non conosco, per pazienti in transito.

 

.....


La mia richiesta di incontrarla crea una linea di panico che, partendo dalla caposala, arriva fino in direzione. Non mi è permesso fare visita alle lungodegenti. E non devo considerarmi una visitatrice lì dentro, cosa mi sono messa in testa. La discussione si prolunga, io sono pronta a dare fuori di matto. Alla fine, incredibilmente, riesco a spuntarla. Venti minuti in una saletta con la porta aperta, non ci è consentito altro. Mi va benissimo.

 

Prima di entrare respiro a fondo due o tre volte, mi pettino con le mani. Lei è lì, come la ricordo. Gomiti e ginocchia. Contromovimenti. Occhi. Le hanno tagliato i capelli cortissimi, è tutta occhi adesso. Mi dice raccontami qualcosa. Per un attimo la vedo smarrirsi, come in un'interferenza di fondo, e poi ancora, raccontami qualcosa. Quando c’è il sole, vado giù al negozio degli arabi e mi faccio preparare un panino con il kebab. Sai, con la cipolla e tutto. E lo mangio in strada, proprio sul marciapiede, con le salse che gocciolano per terra. Non so perché le racconti questa cosa, fra tutte quelle che potrei. V. ascolta e poi sorride, nel suo modo storto. Sei venuta a trovarmi, dice. E io annuisco, girando la testa, e vorrei. Soltanto. Piangere. Per la rabbia che sento. Per i lividi che segnano le sue mani, strette tra le gambe. Vorrei prenderla e portarla via con me, solo questo. Sottobraccio, come un pacchettino.

 

 

 

 

A chi mi vuole bene.

 

 

world is calling

 

Fuori sta piovendo da morire. Io sono sotto questo cornicione con un bicchiere di plastica in mano, ogni tanto bevo un sorso di caffè e dico sta smettendo, adesso smette. Alla fine abbandoniamo la nostra posizione e ci lanciamo allo scoperto, in fondo è solo acqua e la macchina sarà a cinquecento metri. Dieci passi e sono fradicia. Le gocce di pioggia mi bagnano il viso, le braccia, una mi si aggrappa alla punta del naso e resta lì finchè non la porto via con un dito. Ottima idea. Non resta che camminare in modalità automatica seguendo la tua schiena fra passanti, ombrelli, schizzi, accelerando l’andatura perché tu cammini davvero veloce, centrando una pozzanghera dopo l’altra senza accorgermi. Al semaforo di viale Umbria mi fermo a trafficare con l’accendino sotto al diluvio universale, e quando alzo lo sguardo tu sei lì, proprio vicina, a sorridermi con aria concentrata. Sei maledettamente vicina e continui a guardarmi, non li stacchi più quegli occhi, e io mi innervosisco perchè sento che stai per dire qualcosa di profondamente sbagliato. E c’è questa pioggia che non smette, tutta questa confusione di gente e automobili e marciapiede bagnato, e tu che un attimo prima eri un'innocua schiena da seguire e ora due occhi puntati dentro ai miei. Zitta, questo penso, non dire niente per favore. Un ombrello colorato invade il mio campo visivo sulla destra e io – mi aggancio – mi sintonizzo sul rosso della sua tela e conto mentalmente. Uno. La gente inizia ad attraversare la strada, c’è una ragazza con un giubbotto, le maniche rosso acceso. Due. E tu sei lì, ferma accanto a me, e posso percepirti mentre registro un pezzo di carta per terra, tre, e mi arrivano brandelli di frasi, io vorrei, questo stai dicendo, io vorrei, nel tempo necessario perché scatti il semaforo, quattro, e poi c’è una pubblicità muraria e un vaso in vetrina, cinque, sei. Il collare di un cane, una scritta con lo spray, e poi non ricordo cos’altro di rosso, fino a dieci, quando il meccanismo si disinnesca e io smetto di contare. Avere cura di te, questo stai dicendo. Vorrei avere cura di te. Senza più sorridere, a questo punto. Piove tantissimo.

 

 

 

 

Scritto ascoltando un inesplicabile “Big city life” dei Mattafix

 

 

effe

 

Mi ero svegliata ed eccola lì, la coperta nuova. Bellissima. Con il cielo stellato, gli orsi in pigiama e tutto. Allora era vero. Perché la sera prima, quando la tata mi aveva raccontato la storia della matita magica, io non ci avevo creduto. Un po’ ci avevo creduto, in realtà, ma non del tutto. Tre desideri, uno per ogni stellina disegnata sulla matita d’argento. Devi concentrarti e dire il desiderio ad alta voce, prima tu da sola e poi lo ripetiamo in coro. E io, non so. Sì, era una bella matita, proprio come ti immagini una matita magica a cinque anni, ma addirittura la coperta con gli orsi.. Troppo. E invece aveva funzionato. Tanto che per tutta la mattina, dopo l’incantesimo notturno, avevo sfilato per casa completamente avvolta in quella coperta enorme, caldissima, che faceva ridere solo a guardarla.

 

Dopo qualche mese decidemmo di usare il secondo desiderio. Perché dal mio armadio, durante la notte, uscivano delle ombre e io non riuscivo a dormire. Allora, al momento di spegnere la luce, ci mettemmo in posizione di combattimento. Io sotto le coperte, con la matita magica stretta fra le mani, e la tata accanto a me. Abbracciate strette. C’era una filastrocca da dire, non la ricordo più ma so che c’era, e poi a turno si doveva raccontare una favola. Solo così la magia funzionava. E funzionò, per la seconda volta. Niente più ombre strane, da quella sera in avanti.

 

Poi sai, i miei genitori non si affezionavano alle persone che lavoravano in casa nostra, e la tata fu sostituita senza tante storie. Da un giorno all’altro, scomparve. E io, senza di lei, non ho mai trovato il coraggio di utilizzare la terza stellina. Qualche volta ci sono andata vicina, un anno dopo soprattutto. Ma niente, sentivo che non ce l’avrei fatta, da sola. Per certe cose bisogna essere in due. Però la matita ce l’ho ancora, ovviamente. Mai temperata, con la sua patina color argento ancora intatta. Magica.

 

 

 

 

zona di separazione

 

Sono ammantata da un tossico velluto. Ogni cellula del mio corpo, ogni fibra, terminazione nervosa. Procedo a rilento. Mi interrogo e perdo il filo, nello stesso istante. Dietro un vetro opaco si agitano delle sagome indistinte, salgono in spirali. Non ne subisco più il richiamo, non da dove mi trovo. Eppure. Ogni tanto colgo un movimento, il contorcersi di una spira. Verde, viola. Con la coda dell’occhio. Fotogrammi sbiaditi, la memoria di qualcun altro. Non sono i miei fantasmi. E lo sono. Dietro al mio vetro opaco.

 

 

stronger than

 

Sono più forte dei miei giorni. Li guardo da fuori, quando non si accorgono della mia presenza, ne studio il ritmo, sai, la consistenza. Osservo la loro irresolutezza, li vedo oscillare come in una danza appena accennata, liberi da ogni responsabilità, lontani anni luce da qualsiasi idea di senso. Mi irrito per la loro debolezza, di quanto siano pallidi, scoloriti, arresi all’ovvietà. Sconfitti.

 

In passato mi sono logorata in un gioco quotidiano di sguardi, interrogando il mio tempo con la pazienza di una madre, con la rabbia di un’amante delusa. Con l’energia di chi crede possibile un cambiamento. Oggi percorro un sentiero di neutralità, ripagando i miei giorni con la moneta dell’indifferenza. Quando mi stanco del loro ingombro, li raduno in mucchietti, come se fossero banconote del monopoli, e li metto via. Semplicemente, me ne dimentico. Sul fondo di un armadio, nella tasca posteriore dei jeans, sotto al modem. Per sempre lontani.

 

Oggi, quando penso ai miei giorni passati, li immagino persi in un’oscurità indefinita, tenuti insieme da un elastico riciclato. Ancora presi a parlarsi tra loro, dopo tanto tempo. A raccontarsi storie senza significato, eternamente uguali. Di amori sbagliati, di una vita buttate al vento. Di una ragazza che aveva perso la strada. Non provo alcun rimorso. Un retrogusto di tenerezza, a volte.

 

5 cose

"Five things you don't know about me"  consiste nel descrivere 5 piccole cose non note al grande pubblico riguardante se stessi e di linkare altri blogger per proseguire la catena.  

 

Ringrazio la dolce Cassandra, che ha stretto intorno al mio collo la catena lanciata da Leonardo. E ovviamente non mi sottraggo al gioco :-) Ecco le mie 5 piccole cose: 

1. Riesco a muovere autonomamente ogni singolo dito del piede sinistro. Con il destro non sono capace, per motivi che sfuggono alla mia comprensione.

2. Mi piace leggere ad alta voce. E' una cosa che faccio per me stessa, non ho bisogno di ascoltatori. A volte ricaviamo piacere dalle cose più strane, è proprio vero..

3. In fatto di cibo ho gusti un po' bizzarri. Per esempio, trovo normale mangiare insieme sgombri e cioccolato. Suscitando immancabilmente l'orrore degli commensali.

4. In compagnia sono quella che chiede sempre: Scusa mi hai chiamato? (Risposta: ah io no..) Oppure: Ma c'è un bambino che piange nell'altra stanza? (Risposta: ma quando mai?). Sono dotata del super-udito, è evidente.

5. Mi commuovo per le cose più futili. Fino alle lacrime. 

 

Passo la palla alla Sissi, titolare del prestigioso Atelier Colette: http://atelier-colette.leonardo.it/blog

ad Alessandra, mamma dei gatti di Alice: http://igattidialice.leonardo.it/blog

e, anche se in ritardo, a Marta: http://nynphe.leonardo.it/blog

 

enjoy the silence

 

Nulla passa senza traccia, neanche il nulla. Dal retro di copertina di un libro della Nothomb queste parole sono rimaste a galleggiare nell'aria per giorni, in un angolo del soggiorno tra la scala e la porta finestra, finchè mi sono decisa ad afferrarle per la colonna dell'autocoscienza. Che poi è quel lungo elenco sotto la voce categorie del blog - la prima volta l'ho chiamata così per scherzo, credo con la Sis, e si sa che il destino di certe definizioni improvvisate sia quello di durare per sempre. Nulla passa senza traccia. Mi piace il suono di queste parole, il senso che evocano in questa sequenza. Pensavo a qualcosa di molto simile oggi pomeriggio, intenta a tormentare con un dito i punti della ferita al ginocchio. Cercavo di indovinare la forma esatta della futura cicatrice e pensavo: Sarà la traccia del mio periodo di silenzio. Sotto il gonfiore che va attenuandosi già si legge la promessa di un segno indelebile, largo e trasversale. Un segno che dovrà faticare per guadagnarsi il riposo fra le mille tensioni delle mie articolazioni. E se è come sembra, la nuova cicatrice andrà ad intersecarne altre due, frutto dello storico incidente in moto, con esattezza millimetrica, fino a formare un disegno di grande suggestione. Come un sentiero interrotto da un tronco di traverso, o una diga. Come il disegno di un bambino che lascia a metà la sua casetta per inseguire un nuovo gioco.  

 

 

la giusta direzione

 

No, perché essere sprovvisti del senso dell'orientamento è una cosa fastidiosa. Più per gli altri che per me stessa, visto che sono abituata a perdermi da sempre, con l'ostinazione di chi certe cose le fa per dono di natura. Sono gli altri a non capacitarsi, a interrogarmi con una luce di incredulità negli occhi: Ma com'è possibile? E io racconto che è una vita che torno a casa seguendo le frecce "centro città", che se i miei avessero abitato in periferia sarei finita a dormire sotto un ponte a giorni alterni. Che è una questione ereditaria  - Tu sai dove siamo? Ah no io no, si sono detti per anni i miei genitori; un antidoto contro il silenzio coniugale, se ci si pensa - e  che posso perdermi anche sotto casa, se mi distraggo proprio per bene. Quando sono di buon umore ho mille aneddoti da raccontare sull'argomento, come quella volta che non riuscivo più a ritrovare la macchina al vecchio Palatrussardi - c'era il concerto degli Skunk Anansie, una folla oceanica - e costrinsi i miei amici ad aspettare due ore a motore spento finchè la mia macchina non fu l'ultima rimasta nel parcheggio. Fra, ti ricordi almeno a che piano? No, non mi ricordo. Questo se sono in buona, altrimenti rispondo con un grugnito minaccioso e chiudo il discorso.

                            

Anni fa una mia amica prendeva il treno tutti i fine settimana per passare due giorni con me, e passeggiare per le vie del centro era la cosa che facevamo più volentieri insieme. Sì, insomma. E io andavo a colpo sicuro, sai via Dante o due passi in galleria, dove se ci si perde basta alzare gli occhi ed ecco il Duomo a rimettere le cose a posto. Solo che poi mi distraevo, per un discorso appassionante o semplice vizio di carattere, e puntuale arrivava la sua domanda: Francesca, sai dove stiamo andando, vero? Alla fine era diventato un gioco, mi piaceva da morire prendere subito quell'aria compunta e dire cose come: Certo che lo so, stiamo andando a quel cestino dei rifiuti lì in fondo, volevo fartelo vedere. E lei si faceva portare per davvero, al cestino dei rifiuti, e io le raccontavo una storia. Di come anni prima uno spazzino ci avesse trovato dentro un prezioso manoscritto tutto accartocciato, roba rara, e io ero una delle poche a conoscere la vicenda perché sai, quando ci si sa muovere per la città, cosa vuoi, nulla sfugge. Nel tempo mi sono inventata intricati racconti su qualsiasi cosa, su un palo della luce, un sassolino per terra. Su un gabinetto pubblico, una volta. Perdersi non è una brutta cosa con certe persone accanto, l'ho sempre saputo questo. Oggi mi smarrisco da sola quasi sempre, e di storie sui pali della luce non me ne vengono più in mente.

 

 

 

 

let's go party - pagina 3 di 12

 

dopo ore di ragionamenti. Un crollo istantaneo e del tutto illogico, da prendersi a sberle. Fatto sta che alle otto e mezza scendo al bar di corsa, un attimo prima che chiuda. E da un momento all'altro mi ritrovo in strada, con un Ferrari da 15 euro in mano e l'atroce retropensiero che non esiste al mondo peggiore sfigata di una che brinda da sola al nuovo anno. Tacendo dell'ancor peggiore retropensiero "e la sfigata in questione sei tu..".

 

E tutto questo perché? Non certo per una questione di rispetto delle tradizioni, di cui me ne frego altamente, o per chissà quale contagio festaiolo. E' che avevo la sensazione che mi sarei sentita MENO sfigata se avessi avuto qualcosa da stappare allo scoccare della mezzanotte. Neanche tanto tortuoso come ragionamento, in fondo. Semplicemente stupido. Perchè poi la cosa ti sfugge di mano. Perchè se decidi di celebrare il capodanno con un brindisi - anche se si tratta di un brindisi "coppa/aria" - non puoi mica farlo in jeans e a piedi nudi, e neanche usare i bicchieri della nutella se è per questo. Cogliona.

 

Così per due ore nel mio appartamento è tutto un fiorire di spazzolini da denti, doccia, cremine viso/corpo, asciugacapelli a tutta potenza, sigarette defatiganti, corse al piano di sopra per vestito e scarpe, tovaglia rossa di lino grezzo e coppa di cristallo pronta sul tavolo. Con Carlo Conti che fa il conto alla rovescia su raiuno e dice meno tre meno due meno uno, auguri. Auguri a tutti. Ho dovuto stappare lo spumante -  un rumore inquietante in una stanza semivuota - per poter finalmente chiudere questa serata del cazzo. Dio santo. Il giorno in cui capirò perché mi sottopongo

 

 

diverso vetro

 

 

Non è la prima volta che mi trovo impegolata in dialoghi così surreali. Sono cose che succedono facilmente quando ti fai una certa reputazione. E allora sai, io sono l'ultima matta di famiglia, quella che sta poco bene, quella con cui andarci piano. Così è inevitabile che la gente assuma nei miei confronti un atteggiamento di eccessiva cautela, come se vedesse al centro della mia fronte un terzo occhio di cui non è delicato parlare, o uno strano uccello appollaiato sulla mia spalla. Manica di stronzi.

 

Prima ci stavo male, soffrivo realmente. Poi io sono una che si fissa. Con il passare del tempo però ho scoperto che le cose cambiano, che tutto cambia. Ho imparato a sorridere di certe situazioni, a far finta di niente, ad evitare i più elementari imbuti di paranoia del tipo "perché mi ha guardata in quel modo? perchè mi espongo..". Alla fine ho imparato a fregarmene. Oggi mi faccio meno domande su quanto il mondo intorno a me sia cambiato, nelle piccole e nelle grandi cose. Semplicemente incasso e tiro dritto. Sono diventata molto brava in questo, incasso e tiro dritto.

 

Nello specifico ieri mattina ho tirato dritto fino ad un prestigioso atelier (non Colette), dove ho potuto rispolverare la mia antica attitudine a fare compere. Da perfetta macchina da shopping quale so ancora essere, in meno di trentacinque minuti mi sono regalata un cappotto di Strenesse Gabriele Strehle da urlo ("che linea.. ma lei è magra come una modella.." e ci credo, tesoro..), un paio di guanti very stylish, una camicia da notte portafortuna e un foulard, gentile omaggio del negozio.

 

Non c'è che dire. Qualunque sia il mio futuro, gli vado incontro con grande eleganza. Stretta nel mio cappotto nuovo, spargendo nell'aria una leggera fragranza di Chanel. Buon Natale.

 

 

istantaneo ed eterno

 

Cento passi e poi altri cento. Senza un muro, una porta chiusa, senza un neon a farmi lacrimare gli occhi. Solo aria, all'improvviso tutta l'aria che desidero, così tanta da farmi girare la testa. Cammino per quasi un'ora, ubriaca di rumori e di sensazioni che prendono forte allo stomaco, in uno stato di coscienza che si avvicina al sogno. Dio santo. Attraversare la piazza della stazione lentamente, fumando una sigaretta, con lo zaino che mi pesa sulla spalla, è tutto come l'avevo immaginato. Ancora più bello, più dolce. Sul treno trovo un posto perfetto, vicino al finestrino, dove poter galleggiare in pace. Bevo un sorso d'acqua dalla bottiglia e sorrido al vuoto che ho di fronte. Torno a casa. A voce alta, lo dico. Torno a casa.

 

E poi è mondo che scorre, prati, antenne a forma di mucca. Poi è cielo da guardare. Sono occhi chiusi e un po' di batticuore, quando il controllore mi rivolge la parola, quando devo andare in bagno. Un riabituarsi graduale. Fa talmente caldo che devo togliere il maglione e mi scoccia mostrare le braccia nude, vorrei avere le maniche lunghe. Ma nessuno bada a me, davvero nessuno. [Sento la mancanza di V e C. Delle sigarette fumate di nascosto sul terrazzino, con un freddo che si gelava. Di quel farsi coraggio. Mi mancano i loro occhi, gli unici occhi a cui ho sentito di poter credere.] Lentamente il paesaggio si scolora, una luce ovattata ammorbidisce i contorni. E poi è Milano.

 

  

il nome delle cose

 

Di giorno è solo un enorme deposito, buono per giocare a nascondino nelle ore di pioggia o per tenerci le biciclette. Ma quando arriva il buio, credimi, non verrebbe in mente a nessuno di entrare in quel posto. Quando arriva la sera è tutta un'altra storia.

                                                               

Non c'è neanche bisogno di fare la conta, mio cugino va dentro per primo. Con le ansie da capo che si ritrova, figurati. Un attimo prima che gli altri chiudano la porta a chiave riesco a sbirciare il suo viso nervoso, e la cosa mi agita un po'. Se ha paura lui che ha già dodici anni, pensa io. "Ci vediamo dall'altra parte", gli dico. Scende i gradini e noi restiamo in silenzio per qualche istante, sperando di sentire le sue urla di terrore provenire dall'interno, sarebbe forte. Ma niente, non ci dà soddisfazione. Allora tutti di corsa in cortile, con le lampadine che proiettano sui muri ondeggianti fasci di luce, verso il portone d'uscita. C'è un clima esplosivo, siamo sovraeccitati.

 

"E' una cazzata, troppo facile". Doveva essere una cosa pericolosa, tipo film del terrore, doveva essere il gioco del secolo, e il primo che esce non è neanche sudato. Non è divertente come pensavamo. "Adesso una femmina!". Eccoci, lo sapevo. L'espressione di mia sorella, che sembra ancora più piccola del solito, mi fa capire che non ho scampo. Tocca a me. Posso dire che eviterei volentieri? No, non posso dirlo. Pochi istanti e sono dentro.

 

All'inizio sono convinta di farcela perché quel magazzino lo conosco proprio a memoria. Devo avanzare per qualche metro alla fine della scala e poi piegare a destra, quando iniziano le botti. Ne devo contare cinque. Poi ci sono tre camere senza porta e subito dopo l'arco la grande stanza del forno. Lì posso anche mettermi a correre tanto è tutto dritto. Ce la faccio.

 

E' il rumore della serratura che scatta a farmi prendere coscienza del buio. Non me l'aspettavo così. Dell'odore di marcio che aleggia nell'aria. Non così. Tento di resistere, di abituare gli occhi all'oscurità, cosa c'è in questo posto, ma già non sono lucida, non sono per niente lucida. Muovo qualche passo alla cieca, confusa, atterrita da qualcosa di estraneo che prende il controllo, come una coperta sporca premuta sulla faccia. Mi aggrappo alla ringhiera e resto immobile, mentre il nero mi dilaga dentro. Venite a prendermi, è il mio ultimo pensiero. Per nulla divertente.

 

 

 

Alla fine certe decisioni vanno prese, dunque martedì entro in clinica. E' un appuntamento che ho rimandato per tanto tempo. Un anno. O molto di più, a pensarci bene. Ora non è più possibile. Spero di tornare a casa presto.

 

 

non guardare

 

 

E' una giornata storta,

un'onda di passaggio.

La pioggia, forse.

 

 

 

 

 

strap on

 

E' facile prendere per il culo i bambini, con gli adulti la cosa diventa più complicata.

 

Tanti anni fa. Ti parlo di un uomo, di un perfetto imbecille a dirla tutta, a cui uno strano caso del destino aveva affidato la responsabilità di dirigere il mondo. Non occorre essere delle cime per svolgere questo compito, e infatti l'uomo se la cavava egregiamente. Forte, ottuso al punto giusto, sistematico, si impegnava  nella sua missione con l'integralismo di un terrorista islamico. Ma dovevi vederlo. Il suo tratto distintivo era una presunzione smodata che lo faceva camminare a tre metri da terra, perché sai, io comando, perché non posso distrarmi neanche per un attimo, perché senza di me le cose andrebbero subito a puttane. E anche da fuori te ne accorgevi, non potevi non accorgertene, di questa immensa erezione mentale che si portava appresso sempre e dovunque.

 

Un giorno questo potentissimo scemo ebbe una figlia, e poi ne ebbe un'altra. La prosecuzione della stirpe, sai, sono cose importanti. Ma se c'era una cosa che lo faceva incazzare, anno dopo anno, era proprio rientrare a casa e incrociare lo sguardo di due creaturine che con tutta evidenza non lo riconoscevano. Non dico come dirigente del mondo, cosa vuoi che ne capiscano a quell'età, ma neanche come padre. Ai loro occhi lui era un banalissimo estraneo. Uno qualunque. Eh no, porca troia. Allora l'uomo, abituato a spostare l'asse di rotazione terrestre con un telecomando, decise di risolvere il problema. In questo genere di cose era bravo, sapeva organizzarsi. Che vuoi che sia.

 

Disse alla cameriera di andare a cercare la sua collezione di fotografie autografate, quella degli attori americani, quattro volumi rilegati in pelle, devono essere da qualche parte qui in casa, quegli album del cazzo. E quando li ebbe fra le mani, si sedette accanto alla figlia più grande e iniziò a raccontarle una favola. Lentamente, usando le parole giuste, mettendoci calore. Una favola di cui, ovviamente, lui stesso era protagonista. Disse alla figlia che lui da bambino andava pazzo per il cinema e per i film di Hollywood. Le parlò di un amore che prende allo stomaco, le parlò di passione e di sogni. Di quando chiese alla nonna di tradurgli in inglese una lettera da mandare alle case di produzione americane e delle risposte che iniziarono ad arrivare.

 

Le parlò di gioia, di gioia che esplode dentro, le mostrò la fotografia di Montgomery Clift, la prima in assoluto che aveva ricevuto, traducendole la dedica. A Fabrice. Quel bambino ero io, ero io... così le disse. Nei giorni successivi l'uomo completò pazientemente il lavoro, sfogliando una ad una tutte le pagine degli album e continuando a parlare. Trame di film, nomi di registi e di attori, in un intrecciarsi fantastico di dive, amori impossibili, gladiatori e dolce vita. Alla fine l'uomo guardò la figlia di cinque anni negli occhi e riconobbe una luce diversa, la luce che cercava. E soddisfatto si allontanò, per sempre. E' davvero facile prendere per il culo i bambini.   

 

 

Ieri, casa dei miei. Attraverso il lungo corridoio diretta alla quarta porta a sinistra. Una luce perfetta, pannelli di legno scuro alle pareti, un forte odore di polvere nell'aria. Lo studio è l'unica stanza della casa che mi piaccia, a patto che sia completamente a mia disposizione. Come adesso. Nella libreria, proprio in alto, ci sono quattro album fotografici con la copertina in pelle. Devo sempre usare la scaletta per arrivarci. Chiudo gli occhi e li annuso, prima di aprirli. C'è una fotografia per pagina, due al massimo, e sotto una notazione scritta a mano con calligrafia regolare. Paul Newman, giugno 1958. Rock Hudson, novembre 1959. Centinaia di volti scorrono davanti ai miei occhi, uno dopo l'altro, giovani e sorridenti nel loro mondo in bianco e nero.

 

Riconosco molti di loro. Ricordo tutte le storie. Liz Taylor, la donna dagli occhi viola. C'è anche Marylin all'inizio del terzo album, la sua firma con dedica. A Fabrice. Amo questi volumi, mi appartengono. Mia madre mi intercetta quando sono ormai alla porta di ingresso e, con il suo sesto senso, nota subito lo zaino dove ho nascosto gli album. "Dove vai con quello zaino, Francesca?" "Parto per l'Honduras. Faccio la riserva per l'isola dei famosi". E' un furto in piena regola, niente di più semplice per una come me.

 

 

 

 

These beautiful faces come flying toward me like angels...

 

 

elsewhere

 

- A cosa stai pensando?

- Niente.. non penso a niente.

- Tutto a posto? Avevi un'espressione strana.

- Sto bene, giuro. Sono qui.

no party

 

Lo so come funziona. So ricostruire nei dettagli il meccanismo che ti porta ad essere qui sotto, davanti al mio portone, macchina con le quattro frecce e dito incollato al citofono. Hai lavorato fino alle sei e mezza, non oltre perché senti, a una certa ora basta, e hai giusto quei venti minuti liberi prima dell'aperitivo in San Babila, quindi perché non farmi un'improvvisata. Ci rientro al pelo. E ti aspetti che io scenda di corsa, è scontato, in effetti non hai alcun dubbio sul fatto che io sia capace di adeguarmi all'istante alla tua frenesia pre-serale. Mi conosci, no? Dai Fra, due passi fino al bar, sigaretta e caffè all'after eight, giusto il tempo di dirci che è tanto che non ci vediamo, che mi trovi benissimo e io altrettanto, che in ufficio sono dei pazzi guarda ti racconto questa e poi scappo, poi due baci all'aria e fine della storia.

 

So come funziona perché ci siamo viste molte volte in questo modo. Lo so perché fino a ieri ero milanese come te, in carriera peggio di te, una che gestiva in automatico i rapporti umani ottimizzando tempi e spostamenti, modificando l'agenda in tempo zero, sempre di corsa verso un luogo dove dovevo assolutamente essere in otto minuti netti. E se adesso ti raggiungessi giù al portone dovrei spiegarti cosa è cambiato in questi mesi. Qualcosa dovrei dirti per forza perché vedi, stasera non ce la farei proprio a fingere. E so già che non riuscirei a trovare le parole. Finirei per buttare lì due frasi di circostanza a proposito di un periodo un po' incasinato, guardandoti negli occhi per una frazione di secondo, già pronta a rientrare.

 

Il fatto è che non sono più capace di sostenere uno sguardo come il tuo. Così diretto e presente. Non riesco nemmeno ad ascoltarti, non ci riesco, neanche a tre piani di distanza. Ho troppi suoni che mi girano in testa, troppe parole in acqua, troppo di tutto. Dovrei spaccare un muro a mani nude e sai, a volte ci riesco anche. Ma non stasera. Tira dritto, K, e scusami.

 

C.

[...]

exit room

 

Questa sera mi sono lanciata ai fornelli. Ho preparato una vorticosa pasta al pesto mediterraneo e pomodorini che, come spesso accade alle persone che non sanno cucinare, è riuscita benissimo. Ho solo abbondato nelle porzioni, anche questo mi succede quasi sempre. Ora me ne sto seduta al computer, sigaretta tra le labbra e tazza di caffè fumante in puro stile Fra. Mi sto lentamente abituando all'atmosfera postbellica che si respira in casa. E' un momento di passaggio che vorrei gestire con grande cautela. Cerco di conferire leggerezza ad ogni mio gesto, di darmi delle regole, piccole cose, una parvenza di normalità su cui modellare le mie giornate. Mangiare, dormire, andare a correre, ascoltare musica. Ma faccio tutto con poca convinzione. In realtà sono costantemente distratta da un pensiero, qualcosa che da sensazione indefinita va trasformandosi in progetto concreto. Come un oscuro innamoramento. Non riesco a distaccarmene, è nella mia testa. E mi sorprendo a sorridere come una bambina.

linea di confine

 

C'è una terra di nessuno, un universo di pochi secondi incastrato tra il sonno e il risveglio. Dovresti guardarmi in quel momento di coscienza attenuata, di fuochi spenti. Perché io mi sveglio e non so dove mi trovo. Mai. A volte è solo un non sapere da che parte sia la parete e mi basta allungare una mano per rimettere a posto le coordinate. Ma spesso è uno smarrirsi più profondo, una finestra di totale assenza da me stessa. Mi sveglio e non so chi sono.

 

Da bambina avevo paura di perdermi durante la notte, dormivo con la luce accesa perché la realtà fosse sempre visibile in caso di emergenza. La mia stanza, i miei giochi, i miei orsi. Per ritrovare la strada, e tranquillizzarmi. Oggi dormo nel buio più completo. Quando mi sveglio so che aprire gli occhi non servirebbe perché non ci sono punti di riferimento in camera mia, non ci sono sagome, spiragli di luce. Niente. Quel buio mi serve, mi fa gioco. Ne ho bisogno. E' un nulla dove posso navigare, felicemente spaesata, uno strappo di dimenticanza dove tutto è possibile. Per qualche secondo, finchè dura.

 

Devo alzarmi per andare in ufficio, forse è questa la cosa da fare. O forse no. E' estate e fuori dalla porta c'è un cortile pieno di sole e mia madre che prepara la colazione. Via, costume da bagno e poi mare. Posso perdermi in quell'oscurità, lasciare che la mente prenda direzioni che di giorno le sono negate. Non ho memoria. Posso essere un feto, una rana in fondo al pozzo, una persona amata. E se mi giro nel letto la troverò accanto a me. Ora le do il bacio del buongiorno. Piano, se sta ancora dormendo. Ora apro gli occhi e ci sarà un cielo stellato, sì, forse ci sono ancora le stelle, non mi sembra di aver dormito molto, magari è ancora notte. Fra poco mi alzo, appena capisco da che parte sta il bordo del letto. Mi alzo. Apro l'anta dell'armadio e faccio una passeggiata nel mio giardino segreto. La cosa da fare. Prima di andare a scuola. Solo qualche minuto ancora. Qualche minuto.

 

 Dovresti guardarmi, in quei pochi istanti. Ascoltare il mio cuore che batte. Dovresti osservarmi nell'esatto momento in cui riprendo coscienza, quando la nebbia si dissolve e io recupero la consapevolezza di me. L'espressione dei miei occhi. Quello che sento, quando ricordo dove mi trovo. Chi sono.