l'unico luogo possibile
Giugno 2007.
Mi piace guardarla mangiare. Più precisamente, mi piace osservare la leggerezza del suo approccio al disagio, così diverso dai miei brutali rifiuti. Vederla trasformare l’atto della masticazione in una sorta di rituale astratto, in una progressiva presa di distanza fra sé e il boccone. Ogni volta che accade, amo perdermi nella sua capacità di dissolversi in pensiero, sempre più lontana, in accordo con una musica di cui mi è negata anche l’immaginazione. Oltre. E ciò che mi innervosisce negli altri – come l’abitudine di giocherellare con la verdura nel piatto, spostandola qua e là in mucchietti umidi – in lei quasi mi commuove. Per questo non parlo mai, quando siamo a tavola insieme. Gioco con le ombre, piuttosto, mi sfarino fino a diventare invisibile, nutrendomi della purezza dei suoi gesti, di traiettorie che solo per accidente portano una pera a sbucciarsi, un bicchiere a riempirsi a metà di vino. Finché, in logica digressione, il suo alimentarsi diventa sotto ai miei occhi un retropensiero – un retromangiare – di assoluto incanto. Sono innamorata del distacco, è ciò che meglio arrivo a comprendere.

Un’educazione al distacco lascia segni profondi. Nei pensieri, nei sogni. E’ un dolore da muscoli contratti, da tensione mai allentata. E’ un monologo incessante. Vivere nell’attesa che qualcosa accada. A portarti via.
Ma forse Qualcuno si osserva. E qualcosa se ne sta andando via, si sta trasformando.
Il monologo incessante dei pensieri e dei sogni è un disagio che tutti hanno provato e provano. Oltre - c'è un'attesa senza oggetto, come aspettare un treno dove non c'è un binario. E' un'attesa che trasforma.



