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Sono più forte dei miei giorni. Li guardo da fuori, quando non si accorgono della mia presenza, ne studio il ritmo, sai, la consistenza. Osservo la loro irresolutezza, li vedo oscillare come in una danza appena accennata, liberi da ogni responsabilità, lontani anni luce da qualsiasi idea di senso. Mi irrito per la loro debolezza, di quanto siano pallidi, scoloriti, arresi all’ovvietà. Sconfitti.
In passato mi sono logorata in un gioco quotidiano di sguardi, interrogando il mio tempo con la pazienza di una madre, con la rabbia di un’amante delusa. Con l’energia di chi crede possibile un cambiamento. Oggi percorro un sentiero di neutralità, ripagando i miei giorni con la moneta dell’indifferenza. Quando mi stanco del loro ingombro, li raduno in mucchietti, come se fossero banconote del monopoli, e li metto via. Semplicemente, me ne dimentico. Sul fondo di un armadio, nella tasca posteriore dei jeans, sotto al modem. Per sempre lontani.
Oggi, quando penso ai miei giorni passati, li immagino persi in un’oscurità indefinita, tenuti insieme da un elastico riciclato. Ancora presi a parlarsi tra loro, dopo tanto tempo. A raccontarsi storie senza significato, eternamente uguali. Di amori sbagliati, di una vita buttate al vento. Di una ragazza che aveva perso
E,comunque, scrivi divinamente. Posso proporti per un Nobel nostrano, casalingo, magari al femminile?
Ti abbraccio, maridina



