filastrocca
Salta la corda, batti le mani,
Senza pensieri su ieri e domani.
Prendi i tuoi sogni e buttali via,
Non lasciar spazio alla malinconia.
Per tutto il tempo sprecato a cercare
Tra pugni stretti, lacrime amare.
Per i tuoi amori lasciati a marcire
Ed ogni luce che puoi immaginare.
In questo gioco di specchi deformi
Cerca il confine da cui non ritorni.
Per il dolore che senti in petto,
Per la cicala, per il rospetto.
Batti le mani e metti il coperchio,
Fai un grande salto fuori dal cerchio.
rosarancia
[...] "Domenica ho preparato lasagne per quindici. Abbiamo brindato e ci siamo commossi davanti a tanta bellezza. Mio fratello, che spesso è così triste da farmi male, ha ripetuto tante volte "stiamo tutti bene, guarda che bello, stiamo tutti bene" e mi si strizzava il cuore ad essere testimone di una così semplice verità. I miei figli che crescono, il mio amore tenero e fragile che comincio a percepire nella grandezza della sua anima delicata, mio nonno solo a Roma che si è voluto unire alla festa, i miei amici assonnati, sereni e sazi. Fuori un pò di pioggia che ci ha aiutato a ricordare che qui sotto, al caldo, siamo tutti salvi."
corsi e ricorsi
“ ... Prigogine ha rivoluzionato, a partire dagli anni '50, questo quadro teorico, indagando a fondo gli aspetti macroscopici e microscopici del secondo principio per poter estendere la sua validità anche al caso di processi chimico-fisici lontani dall'equilibrio termodinamico. Di particolare importanza è il concetto da lui elaborato di struttura dissipativa, che scambia energia con l'ambiente esterno e, pur producendo entropia (cioè disordine secondo l'interpretazione classica), è capace di autostrutturarsi acquisendo una qualche forma di organizzazione interna. A dare un notevole impulso alla teoria delle strutture dissipative, dimostrandone la rilevanza anche pratica, è stata la scoperta delle cosiddette reazioni oscillanti in chimica e in biochimica. In particolare, il nuovo concetto introdotto da Prigogine aiuta a comprendere molti fatti inerenti la biologia e, più specificamente, gli organismi viventi in quanto sistemi termodinamici aperti. Le strutture dissipative, infatti, manifestano un duplice comportamento: in condizioni prossime all'equilibrio l'ordine tende ad essere distrutto, mentre lontano dall'equilibrio si genera ordine e si formano nuove strutture. Insomma, esse illustrano un possibile meccanismo per la creazione di ordine a partire dal disordine, come si osserva in molti fenomeni biologici.” (lettura di questa notte)
"Porca puttana, ragazze, qui siamo alla massima entropia.. ” (lettera di Lorena, 1998)
“ Ma cos’è un oscillatore, Fra? Cosa te ne fai? Cosa fai oscillare? ” (commento di Sissi, 2006)
“ L’infinitamente grande, sai, lo ritrovi solo nell’infinitamente piccolo.. ” (scritto sulla parete del mio soggiorno, 2004)
davanti al mio naso
“Imminente errore irreversibile. Sostituire l’hard disk per non perdere i dati acquisiti. Per continuare premere F1”.
Osservo lo schermo per qualche secondo, chiedendomi come sia possibile che il mio computer si trovi improvvisamente sull’orlo del baratro. Così, da un giorno all’altro. Quando fino alla settimana scorsa ero in grado di saltellare, serena e inconsapevole, tra una decina di finestre aperte contemporaneamente – il mio blog, il suo blog, eWebCounter, la consultazione di un forum lesbico, un documento in word di oltre cento pagine, youtube e chissà cos’altro – senza che venisse manifestata neanche la lontana ipotesi di un “lieve malfunzionamento”. Errore irreversibile. Imminente. Davvero non capisco. Alla fine decido di bere un bicchiere d’acqua e premere F1, da bravo struzzo telematico quale sono. E tutto si rimette in moto. Il mio desktop, tutte le icone al loro posto, la foto di Chiara sullo sfondo. Semplicemente, funziona. In uno slancio di pura emotività, decido di pulire la tastiera con un prodotto speciale che conservo per le grandi occasioni – a computer acceso, cosa assolutamente da evitare – prima di avviare la connessione. Che parte in un millesimo di secondo, efficace come non mai.
amami
E la neve diventerà più bianca e le ombre sorgeranno dalle montagne e farà caldo… sì, farà caldo… le ombre rimarranno ma la luce lunare sarà calda. Tienimi stretta. Amami. Amami e basta.
(Hubert Selby jr.)
E’ chimicamente inspiegabile. Io non dovrei sognare, così mi hanno detto. O forse sì, ma ad un livello così profondo da rendere impossibile ogni ricordo. E invece mi ricordo benissimo. Proprio stanotte ho sognato, ne sono certa. Le parole lette ieri sera, prima di dormire, devono essere rimaste a galleggiare nella mia testa, a farsi strada come oniriche schegge. Certo, non tutte sono arrivate a segno. La neve, per esempio, è scivolata via senza lasciare traccia. La luce lunare, non so, non ne ho memoria. Ma ricordo una presenza, il mio cuore che batteva forte. Ricordo la sensazione di essere avvolta in qualcosa di caldo, come un abbraccio. Amami e basta. Mi piace pensare di aver pronunciato queste parole, nel sonno.
la parola manicomio
Ho chiesto: “E’ buono, amico?”
“E’ amaro amaro”, ha risposto.
“Ma mi piace
perché è amaro
e perché è il mio cuore”.
SC
Fuori.
C’è una donna in piedi al centro del soggiorno. Indossa una camicia bianca con le maniche arrotolate fino al gomito e ha i piedi nudi, come sempre quando è sola in casa. Non è che stia facendo molto, in realtà. Apre i cassetti della madia, uno alla volta, poi la cassapanca sotto la scala a chiocciola. Conta i libri che colorano la parete di fondo, leggendo i titoli ad alta voce. Cose così. Del telefono che squilla a lungo nell’altra stanza, sembra non accorgersi nemmeno. La diresti concentrata sulle sue cadenze, rapita dalla meccanicità di ogni gesto. Assente, ecco. Se tu fossi nella sua testa, potresti riconoscere i tratti di una decompressione emotiva in corso. Sensazioni, suoni, frammenti di paura, stato – ogni cosa sospinta ai margini di un incerto fulcro. Ma così, vista dall’esterno, appare semplicemente distratta, persa in un pensiero vagamente piacevole.
Dentro.
14 Febbraio.
La solitudine, in questa parte della mia esistenza, è un bisogno primario. Vivo la gente che mi circonda come una dissonanza. Il rumore, l’imposizione di un diverso ritmo. Dov’è la libertà di scelta di cui mi parlano, io non capisco. Mi scopro costantemente affamata di assenza, cerco gli angoli morti, mi nutro di sospensione. Perché i miei pensieri hanno bisogno del vuoto assoluto per trovare la loro completezza, e qui esiste una serie infinita di ostacoli, di spigoli umani, di interferenze su cui fatalmente finisco per infrangermi. Lo so che non va bene. E sto lavorando tanto su questo disagio, ma ho l’impressione di farlo per i motivi sbagliati. Per istinto di sopravvivenza, per dilatare la mia capacità di sopportazione. Ripeto a me stessa di concentrarmi sull’essenziale. Mi impongo di inscrivere ogni prospettiva possibile in un quadro di ventiquattro ore. Il mondo esterno, semplicemente, non esiste.
23 Febbraio, pennarello nero.
Guardo la mia mano, la linea dell’avambraccio, e intanto penso. Che dovrò adottare ogni cautela. Adotta. Ogni. Cautela. Lascio che questa immagine mi scorra tra le dita come sabbia.
25 Febbraio, squarcio viola.
Vogliono tutto, asfaltano ogni pudore. Parole, sguardi, sangue. Giocano su queste variabili applicando oscure alchimie, teorizzando sul valore dell’osservazione e della manipolazione chimica. In cambio offrono soluzioni che scardinano l’ordinata del mio tempo con una noncuranza che mi piega in due dal nervosismo. Sento un dolore che è quasi fisico, al centro del petto. Il fatto di non poter parlare con un medico che condivida il mio senso di urgenza, che dimostri una uguale determinazione, mi fa soffrire enormemente. Dicono che mi nascondo. Che ho il potere di scomparire a me stessa, al mondo. Ma guardatemi, cristo. Io voglio essere spinta oltre, non chiedo altro. Ho bisogno di un filo a cui aggrapparmi. Qualcosa che sia anche sottile come una lastra di vetro, ma che mi sostenga. Che mi sostenga un pochino. Ho i nervi a pezzi, la calligrafia impazzita. Rifiuto il cibo da tre giorni, mi alimento di pura ostilità.
4 Marzo, mi ricordo.
Urlare fino
A strapparmi di dosso
Questa pelle.
Vorrei cambiare la metrica di un haiku imperfetto. Sai, rispettare le regole. Mi spacco la testa da mezz’ora, ma non riesco a pensare ad un verso conclusivo di cinque sillabe. Non possiedo il necessario distacco, non sono più capace. In questa giornata di assoluta merda, vuota come lo sono io, il significato travalica ogni possibile forma. Questa pelle. Questa pelle. Non so come altro dirlo.
16 Marzo.
La mia nuova casa si chiama zona di separazione.
Ora.
Il primo giorno ho camminato lungo il corridoio di decompressione che separa il mondo reale dalla zona degenti. Nove settimane dopo ho compiuto lo stesso percorso a ritroso, da dentro a fuori. Oggi rifletto sul tempo trascorso tra questi due eventi. Profondità e durata. Rifletto sull’autenticità delle risposte che mi sto dando, alla ricerca di un equilibrio tra verità e desiderio di protezione. Sul senso di un’immane fatica. Per essere presente, per resistere alla tentazione di rifugiarmi in un luogo dove nessuno avrebbe potuto raggiungermi. Non so cosa sia rimasto di me. So che ho scritto ogni giorno, due quaderni fitti. Non ho mai riso, qualche volta ho pianto. Ho vissuto, credo. Meglio che potevo.
perchè non sia un'ibernazione
Tutti credono che i pensieri siano il mio punto debole, ma sono le parole ad esserlo. Quando mi decido ad usarle, piccole sequenze di rappresentazione, non posso fare a meno di ridere della loro inadeguatezza. Le mie parole vanno bene per i concetti semplici, quelli di prima pelle: ho fame, ho sete, fa caldo in questa stanza. Per tutto quello che si muove sotto la superficie, parlare equivale ad un tradimento. Ecco perché preferisco il silenzio. Credo che in questo black out generale - classica situazione da mani nei capelli: Da dove cazzo comincio? - la semplicità sia l'approccio più efficace. Credo che sia più facile educare le parole che il pensiero, sperando che una cosa contagi positivamente l'altra. E allora, per ricollegare l'isola al continente, mi sono data l'obiettivo di ritrovare le parole che ho perso. Ecco una buona etichetta per il viaggio che mi appresto a compiere, diventerò una word seeker - una cosa molto carina da dire in inglese, mi piace. Il passo successivo è decidere cosa mettere in valigia. Che poi sarà uno zaino.
Al di là degli oggetti di prima necessità, che occuperanno uno spazio esiguo nel mio bagaglio, il criterio di selezione è semplice: porterò con me solo cose capaci di darmi coraggio. Libri, appunti, il mio cucchiaio preferito, qualche mail che ho già in mente, una scatolina che mi piace annusare, la maglietta blu a maniche lunghe, tre quaderni nuovi a spirale, il mio nanetto iPod e chissà cos'altro. Devo selezionare. Perché sarò lontana da casa, perchè mi sentirò tremendamente lontana da casa. Perché dovrò inventarmi tutto. E vorrei essere preparata a quei momenti - che arriveranno, già lo so - in cui chiudere gli occhi non sarà sufficiente. Ma io sono brava in questo. Ho trascorso una vita ad interrogare quello che mi circonda, so che alcuni oggetti mi parlano e altri no. E il mio zaino è molto capiente. Sarò pronta.
Stanotte il mio sonno era agitato. C'era un vento cattivo che mi entrava in casa e colorava tutte le pareti di arancione. Il colore della morte, nel sogno. Io correvo da una stanza all'altra per chiudere le finestre, in un frastuono da tempesta che ho ancora nelle orecchie. Ma non c'erano le maniglie, solo i buchi delle viti e un'impronta più chiara sul telaio di legno, così il vento finiva per prendersi tutto. Mi sono svegliata con questo senso di arancione addosso, il piumone scagliato via a tre metri dal letto. Il mio inconscio manifesta un disperato dissenso per la piega che stanno prendendo gli eventi, ma non voglio lasciarmi condizionare. Spero solo di dormire meglio, nelle notti che mancano alla partenza.

Scritto ascoltando "L'aura - Irraggiungibile"
pauraedesiderio
Due fuochi. Segnano i miei pensieri, entrano nei sogni. Mi stancano. Come una graffetta presa tra due magneti, vivo sospesa in una tensione irrisolta. Un giorno e poi un altro. Catturata dalla potenza di un'opposta attrazione, rimango immobile. [Tu mi guardi e non riesci a vedermi. La tua voce reclama determinazione. Vorresti gesto, normalità. E di fronte al mio sguardo vuoto alla lunga ti stanchi. Mi lasci indietro.]
Esiste una linea di percorrenza dentro di me, uno stretto sentiero che mi attraversa per intero. Passa per la pancia e arriva al cuore. Più su, fino alla testa. Fra desiderio e paura, è il mio equilibrio. Il mio stato di grazia. In certi momenti riesco a camminare lungo questo sentiero. A volte è la musica a trasportarmi, o un ricordo. Una tregua. E sono attimi che tolgono il fiato. Vedere me stessa, la persona che potrei essere, così semplice e intatta, mi dà grande coraggio. Quando accade chiudo forte gli occhi, come se imprimendo nella memoria le forme di un possibile futuro potessi ritrovare più facilmente la strada. E' questo. E la nostalgia di quel luogo mi logora, adesso.

plutone chiama terra
A volte le risposte arrivano così, talmente chiare e tempestive da ricordarti l'urgenza di una domanda che avevi dimenticato. Ed ecco che mi ritrovo con quasi cinque chili di miele di fiori selvatici, una riserva tecnicamente infinita in relazione ai miei consumi, e un senso di calore che non scompare.
Un lui e una lei, entrambi sui venticinque, corredati da un cartello invisibile con su scritto "non avere timore, siamo due teneri in difficoltà", mi si avvicinano appena girato l'angolo. Tutto di loro dice che sono albanesi, l'abbigliamento, gli occhi chiari e diretti, l'accento con cui mi chiedono in coro se ho una sigaretta. [Poi scoprirò che in realtà non sono affatto albanesi ma rumeni senza fissa dimora, per la serie ma che ne sai?]. Comunque, tiro fuori il pacchetto e lo giro aperto nella loro direzione. Lui allunga la mano tutto contento, lei anche, all'unisono, e boing, le due mani si scontrano. La ragazza guarda il suo amico con espressione severissima e gli dice in italiano: Dobbiamo prendere UNA sigaretta, non due! Il tipo ritrae il braccio alla velocità della luce, mentre il cartello sulle loro teste prende a lampeggiare. Come si fa a far finta di niente.
Finisce che la sigaretta la fumiamo insieme, tra strette di mano, sorrisi e piccole confidenze. Lui mi racconta che sta leggendo un libro sugli squali (e si ribalta dalle risate quando gli dico che a me gli squali fanno terrore), lei ha una foto della sua migliore amica, guarda che bella. Tre perfetti scemi in mezzo alla strada, ecco come va a finire, finchè Alin (lui) non decide di regalarmi la famosa cassetta da sei barattoloni di miele millefiori. Ed è stupido chiedersi perché due ragazzi simil-albanesi se ne vadano in giro per Milano con tutto questo miele appresso. Devo accettarlo, fine del discorso. Visto che è scomodo da trasportare, lei tira fuori dal giubbotto un sacchetto tutto spiegazzato, lo spolvera un po' e me lo porge. Io per ricambiare riesco solo a ficcarle in tasca un pacchetto nuovo di marlboro, dopo una breve e intensa colluttazione. Cinque minuti in tutto, poi è tempo di salutarsi. Più volte, anche da lontano, con ampi gesti del braccio. Tanti auguri? Sì, di cuore.
tutto bene
L'avevano spaccata, letteralmente,
eppure trovava ancora la forza per sorridermi.
Penso spesso a questo.
desaparecida e piccole attenzioni
Arrivo a sera con il sorriso sulle labbra, incantata dal fascino di una giornata serena. Fuochi spenti, percorsi morbidi. Non so dire. E' che a volte capita che la persona a cui stai pensando ti si materializzi accanto, con un tempismo a cui non sai abituarti. Capita che certe immagini si affaccino alla tua mente così, senza un motivo, e che poi continuino a riproporsi in un gioco di rimandi e corrispondenze. Ed è bello lasciarsi cullare.
Ieri ho pulito casa dopo alcune settimane di assenza, in un cumulo di roba da buttare, frigorifero non svuotato, fazzoletti di carta usati sparsi un po' ovunque. Cose così. Sotto al divano ho trovato un appunto scarabocchiato su un kleenex, in una calligrafia fuori controllo. Ricordo il momento in cui l'ho scritto.
Condividere il dolore, riconoscerlo al di fuori di me.
Identico nella fibra e nel sapore.
Inesprimibile eppure così presente nello sguardo,
nel tremore delle mani, in un sorriso.
Continuerò a sentirmi così sola
per tutto il tempo,
ogni giorno, ogni momento,
finchè terrò gli occhi chiusi.
Ricordo il motore di questo pensiero. Distanza. Distanza. Da tutto. Davvero, da tutto. In un tempo relativamente breve, da allora ad oggi in un respiro, mi trovo ad accarezzare una luce diversa. Bello, sì. Come ogni prospettiva che cambia. E sai, non importa quanto possa durare, quanto sia effimero il momento che sto vivendo. Non è tempo di assoluto, non per me. E' tempo di piccoli, fiduciosi passi.
un luogo dove non sono mai stata
Decidiamo di darci appuntamento in libreria, alla fine. Sono nervosa, voglio che questo incontro vada bene, che sia diverso dalle altre volte. Ci tengo. Arrivo in anticipo eppure, sbirciando all'interno dalla vetrina, vedo che lei è già dentro, bella come sempre, elegante. Entro. Non mi sorride vedendomi arrivare, rivolge un cenno del capo nella mia direzione ed è tutto. Io le rispondo togliendo gli occhiali da sole, guardandola per un attimo. Non le sorrido, rimetto gli occhiali. Penso dille qualcosa. Indico il libro che tiene fra le mani e domando com'è?, lei dice non saprei e lo appoggia velocemente sulla pila che le sta di fronte, nel posto sbagliato. Fingo di leggere qualche titolo, lascio passare una persona che va di fretta. Mia madre si accarezza le labbra con un dito, più volte, un gesto di disagio che conosco bene. Riprendo il libro e dico dai, questo te lo regalo io, lei risponde va bene e subito scusa, è tardi. Ci salutiamo davanti all'uscita, le dico ciao e poi d'impulso vengo con te. La sua mano mi sfiora la spalla quasi per caso e io non me l'aspetto, perdo il filo. Poi camminiamo in silenzio verso una direzione imprecisata, distanti forse trenta centimetri l'una dall'altra. Molto poco.
- in quel posto uccidono i fantasmi.
- sono morti, allora?
- non lo so. qualcuno sì, credo.
your dead mind
Il mio ciclo del sonno adora le montagne russe e, dopo settimane di invincibile letargo, da un po' di tempo mi impone di dormire due ore per notte. Qualcuno lassù si diverte a testare il mio livello di sopportazione, è evidente. In attesa che la situazione migliori o anche no, passo le mie notti a studiare. Imponendomi ritmi severi, con la massima concentrazione di cui sono capace, chiudo a chiave la mente per lasciare fuori il buio. Aggredisco i libri con la tecnica delle cinque letture concentriche dei tempi dell'università. Segni di evidenziatore sparsi per il corpo e odore di grafite sulla punta delle dita. Studio e assumo farmaci, come dire che apprendo e vanifico all'istante gran parte dei miei sforzi. Ma il piacere dell'approfondimento compensa la frustrazione di dover rileggere daccapo ogni dieci minuti. Ho la pazienza per farlo, cerco di non scoraggiarmi. Scrivo a margine, traccio freccine e collegamenti, spillo sull'angolo delle pagine schemi di flusso. Qualsiasi cosa possa tenermi agganciata. Cartelli segnaletici per il mio cervello: fra, you are here..
affinità elettive
Non so resistere ad uno sguardo implorante, soprattutto se lo sguardo in questione è quello di un cane che vuole le patatine.
Ho pagato le mie marlboro lights e sto per uscire dal bar, quando lo vedo. Sotto al banco degli aperitivi c'è un boxer color miele tenuto al guinzaglio. E al di là del fatto che io adori i boxer oltre ogni ragionevolezza, sono i suoi occhi a catturarmi. Non so come abbia fatto a notarmi tra la folla ed a riconoscere in me una possibile alleata, ma questo cane è in preda ad un travolgente attacco di golosità, si vede benissimo che darebbe la vita per UNA patatina, e con lo sguardo mi sta dicendo "ti prego, aiutami..". Resisto per mezzo secondo al suo richiamo, poi aggiungo al conto delle sigarette un'acqua tonica e mi dirigo verso il bancone.
Il padrone lo conosco, è un uomo sui cinquanta che in questo momento sta leggendo il giornale, tenendo un capo del guinzaglio annodato al polso. Lo saluto con un cenno e poi abbasso gli occhi. Il cane è seduto tutto composto, immobile come una statua, e se sapesse parlare non potrebbe essere più esplicito: "non ci arrivo..". Faccio tintinnare il ghiaccio nel bicchiere, bevo un sorso di tonica e intanto allungo una mano. Patatina. Il boxer sa che quella patatina toccherà a lui, lo sente, ma a scanso di equivoci compie un gesto che intenerirebbe anche un muro di pietra. Spostando il peso da una zampa all'altra, apre la bocca ed emette un lamento di gola, uno stupendo uggiolìo che parte basso e poi sale in falsetto fino al mio cuore. Irresistibile. Amo questo cane, avrei voglia di morderlo. Neanche a dirlo, la patatina scompare in un millesimo di secondo nelle sue fauci.
Il padrone, che ignaro di tutto sta sorseggiando una birra piccola, sente uno schiocco salivoso provenire dalle parti del suo cane e abbassa il giornale per vedere cosa sta succedendo. E non so, questo boxer deve essere la reincarnazione di un attore di Hollywood, perché la sua reazione è perfetta. Sgrana leggermente gli occhi e intanto gira la testa con l'aria più innocente e sorpresa di questo mondo come a dire "ho sentito anch'io quel rumore.. ma che cos'era?". E' un mito. Nei successivi dieci minuti viene messo da parte ogni pudore. Finiamo le patatine fritte, mangiandone rigorosamente una a testa, e poi attacchiamo i dixies, provando anche qualche spettacolare presa al volo. Potremmo andare avanti a sorriderci e a divorare schifezze per tutto il pomeriggio, io e questo produttore di bava, se ad un certo punto uno dei due non venisse trascinato di forza fuori dal locale.



