francytown75

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io

 

Uno dei miei nomi di battesimo, per fortuna il secondo, l'ho ereditato dalla nonna. Da quel poco che ricordo di lei e, soprattutto, da ciò che ho appreso in seguito, non credo di somigliarle molto. Madame - così si faceva chiamare da tutti - era una donna di leggendaria fermezza. Glaciale nel rapporto con i figli e perennemente disgustata dalla volgarità del mondo. La sua fu una dominazione familiare basata sul terrore. Morì in età avanzata, e in circostanze così particolari da renderne indimenticabile il ricordo.

 

In quei giorni il dottore annunciò improvvisamente che la situazione si era fatta critica, e fu il caos. La casa dei miei genitori venne invasa all'istante da amici e parenti, tutti desiderosi di tributare l'estremo saluto alla nonna. Gente che per una vita l'aveva detestata, definendola una ottocentesca bastarda e arrogante, ora faceva la fila davanti alla porta della sua camera. Anche allora le cose andavano in questo modo, non è una cosa che deve stupire. Comunque, per una settimana i miei sopportarono questo assedio di ipocrisia. Sorrisi di circostanza, frasi di circostanza. Tutto secondo copione. Mia madre, incapace di dare una dimensione pubblica al suo smarrimento, ne uscì con i nervi a pezzi. L'unica a essere perfettamente a suo agio in quella situazione sembrava proprio mia nonna, che, come una matriarca d'altri tempi, giaceva silenziosa in un enorme letto, circondata da un allure di medicinali e pura degnazione. Dispensava benedizioni ad occhi chiusi, così raccontano.

 

Fino a quella sera, sul tardi, quando l'infermiera corse in sala da pranzo per avvisare che le cose stavano precipitando. I miei genitori erano a tavola in quel momento. Per la precisione, erano impegnati a mangiare un'impensabile frittata di cipolle che qualcuno aveva cucinato per loro. Mio padre si precipitò al telefono per chiamare il medico, mentre mia madre correva al capezzale di Madame. La trovò pallidissima, visibilmente prossima alla fine. Respirava a fatica. Ad un certo punto sembrò che la nonna volesse dire qualcosa, una tensione delle spalle, gli occhi di nuovo semiaperti. Mia madre avvicinò il viso al suo, a distanza di un respiro, e infrangendo il formalismo di una vita le sussurrò qualcosa come "dimmi, mamma... mi vuoi dire qualcosa...".  La nonna strinse appena gli occhi e, girando la testa dall'altra parte, mormorò flebilmente le ultime due parole della sua esistenza terrena. "Che spusa...". Che puzza... In milanese, glielo disse. E morì.

 

Me l'hanno raccontata tante volte, la storia della nonna morente e dell'alito alla cipolla di mia madre. In effetti la conosco da sempre, questa vicenda. A volte ci ho riso sopra, ed è stato giusto farlo. Altre volte ho pensato che fosse una storia orribile. Ora la vedo per quello che è, un piccolo ritratto familiare. C'è la mia famiglia, lì dentro. Ci sono le mie radici malate. E forse ci sono anch'io, più simile a mia nonna di quanto non voglia ammettere. Lo stesso distacco. La stessa solitudine, alla fine. Di certo, quando morirò, non avrò neanche quei quattro stronzi ai piedi del mio letto a darmi coraggio. Vorrà dire che la mia frase di congedo la dirò al muro.  

 

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